Politica e Valori



La repubblica,nell'antichità, aveva due grandi collanti: la religiosità, fonte di tutte le certezze, attraverso soprattutto quegli augures che erano i buoni auspici degli Dei nei confronti delle scelte della polis, e i valori – ciò a cui dovevano aspirare le persone dabbene (probri): rem (le sostanze), fides (il credito), honos (gli onori legati al ruolo specialmente politico), gratia (il favore, la “gloria”). Tutto questo assicurava "la dignitas": una tensione verso l’alto coinvolgente, attraverso i mezzi di comunicazione dell’epoca, per la formazione di un’unica comunità che tendeva verso l’alto grazie al ruolo dell’esempio virtuoso.( da: Il Politico.it)

martedì 6 marzo 2012

LE LIBERTA'

Benjamin Constant affermava che la “Libertà” consistesse nella partecipazione attiva e costante alle decisioni che investono la sfera pubblica, cioè il potere sociale di tutti i cittadini di una medesima patria. Questo era il“fine “ insito in quel concetto nella “POLIS” greca.
La definiva come “libertà degli antichi” : Una gestione collettiva della sovranità che assoggettava alla comunità l’individuo e le sue attività private. Senza alcuna distinzione nel pubblico.

Un modo di partecipare alla sovranità nazionale divenuto oggi una vana e vuota astrazione.
Ma noi le definiamo,come nell'analisi Constantiana ,“le libertà dei moderni”.
Un concetto composito, nel quale le libertà si articolano nell’aspetto negativo (libertà dallo Stato) e positivo (libertà nello Stato) oltre a quelle nelle formazioni sociali; così dicono i testi di eminenti costituzionalisti.

Ma se il concetto di libertà presuppone una relazione con una entità altra che è anche lo Stato, questa relazione si può manifestare in una pretesa nei confronti di pubblici poteri, quando questi tengono un comportamento omissivo o sordo alle istanze.
Questo fa parte di quelli che vengono definiti “ i diritti sociali”,che completano il quadro delle libertà che prima citavo e che alla pretesa verso un comportamento omissivo,accompagnano anche il diritto ad un comportamento attivo e cioè l’effettiva partecipazione dei singoli o di essi nelle formazioni sociali ai processi mediante i quali si definiscono le scelte di carattere economico e sociale che possono riguardare una determinata entità territoriale.

Se è vero che l'ascolto dei cittadini e delle comunità è parte integrante dello sviluppo di un territorio,bisognerebbe chiedersi con onestà intellettuale quanto sia stato realmente messo in campo di quei processi che consentono di esplicare l'intelligenza collettiva come parte integrante dei quadri di conoscenza;quadri necessari per una gestione realmente partecipata di taluni progetti la cui ricaduta sociale, culturale ed ambientale è tutta da dimostrare; per non parlare poi di quella economica, già ampiamente contestata.

Ora bisogna pur porre l’accento sul significato di territorio e di collettività stanziale, viste nel loro significato antropologico ed economico, poiché non v’è dubbio che un territorio costituisca il centro di riferimento degli interessi della comunità che in esso trova la sua localizzazione e che questi interessi facciano riferimento ad una specifica vocazione economica ed a delle tendenziali linee di sviluppo che possono anche essere intese come di sviluppo sostenibile.
Tutti sappiamo che tra i diritti sociali vi è anche quello alla integrità e salubrità dell’ambiente e che la Costituzione, con una norma specifica ,tutela;
il paesaggio ed il patrimonio (intendendo in tutto questo : Natura , Storia ed Arte.

Son partito dalla Polis greca per giungere alla Valle di Susa; un bel viaggio nel tempo e nello spazio!

Come c’entra la “politica” in tutto questo ? Leggevo che nella patria delle libertà la “Demarche grand chantier”, divenuta norma , prevede che , fin dai preliminari di qualsiasi grande opera ,le risorse imprenditoriali e di lavoro impiegate siano quelle delle comunità locali ed una “enquete publique” ( consultazione pubblica sul progetto) coinvolga “ab initio” le realtà locali , politiche e non ,per ottenerne informazioni pareri ed alla fine consenso. Non mi pare poco.Ma è forse soltanto questione o di sensibilità o di intelligenza politica.

sabato 3 marzo 2012

DEMOCRAZIA ED INDIVIDUALISMO

E' parte del nostro bagaglio di cultura storica che fu merito della
socialdemocrazia tedesca a premere a che il conservatorismo bismarchiano impegnasse lo Stato,il capitalismo imprenditoriale e le forze del lavoro alla prima esperienza di "solidarismo".
Quello fu l'abbozzo,o meglio, la prima pietra di uno Stato sociale e l'attuazione delle sue prime politiche realizzate in seguito, attraverso diversi sistemi di governo nel mondo occidentale(da quello marxista-leninista a quello del periodo fascista per giungere al modello inglese).


Le ricadute di quelle politiche sicuramente furono la spinta per una maggiore propensione ai consumi ed,in egual misura, alla spesa privata e pubblica.
Da lì credo sia stato dato l'avvio alla creazione del debito pubblico,alla sua crescita, fino a perderne il controllo negli anni settanta del secolo scorso.
Molti ritengono che sia stato quello il momento in cui ha preso l'avvio la crisi del compromesso tra capitalismo e democrazia affermatosi in Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Non è difficile intuire come l'egualitarismo, frutto delle politiche di ascolto da parte delle democrazie delle istanze provenienti dal basso,abbia prodotto una vera
e propia controffensiva capitalistica i cui imperativi,come è noto, sono dettati dal profitto.

La nostra epoca, le nostre esperienze collettive ed individuali, stanno così sperimentando gli effetti di una strategia volta a ricondurre l'esperienza umana
al prevalere dei concetti generali di un certo tipo di società,in determinate realtà da storicizzare ed in maniera disgiunta dalle utopie valoriali.
Una specie di razionalizzazione(per citare Weber) dei processi della vita sociale nei quali ciò che prima erano considerati "mezzi" si trasformano in "fini" quasi assoluti ed elementi concettuali cui si debba commisurare la realtà.

In sintesi il profitto che si trasforma in capitale e che a sua volta diventa un obiettivo ultimo,fine a se stesso ed alimentato da proprie leggi che,alla fine, si rivoltano contro l'uomo e la sua stessa essenza valoriale.
Un paradigma che si presenta come nuovo in un orizzonte non più circoscritto alla dimensione nazionale ma espanso in una realtà globalizzata che pone dei problemi nuovi da affrontare.

Dopo le tante ed importanti del passato, prende forza una nuova narrazione che canta e,con il suo canto sul tema della affermazione individuale, pervade l'immaginario collettivo e conduce ad una uniformità culturale nell'aspetto
antropologico, filosofico ed infine economico.
Tutto ciò sembra ridelineare il significato ed il destino di intere collettività in una sorta di volontà di potenza nella quale Nietzsche ipotizzò la loro trama ultima:
"la volontà di potenza deve assumere la forma della accumulazione illimitata, e la società tutta deve essere accesa di uno zelo irresistibile per la produzione e trovare godimento soltanto nel suo progresso illimitato".


Se da un lato però si può avere la consapevolezza che non può esistere una eguaglianza effettiva tra gli uomini, semplicemente perché essi sono naturalmente diseguali, specie dal punto di vista delle capacità economiche( e ciò induce al concetto competitivo),dall'altro, si può concepire una giusta concorrenza,che dia spazio al libero e mutuo mercato e che salvaguardi il più possibile il principio solidaristico che è essenziale per una società più giusta ed equilibrata.
Si ripropone così quel collegamento naturale tra "Individuo" e "Società" nel momento in cui è "l'individuo" ad irrompere sia ai piani alti della società,ove si definisce come conflitto tra le "elites", che dal basso demolendo progressivamente tutti gli spazi di intermediazione con la società in quanto tale.
Mi torna alla mente quanto a suo tempo ebbe a dire,ed in maniera alquanto sprezzante la "Thatcher"e cioè che "la società non esiste, esistono soltanto gli individui".
Protagonisti,in solitudine Hopperiana,di successi o sconfitte individuali.



Una realtà nella quale la "Politica" è ridotta a garantire,e senza troppo disturbare,la libera circolazione di persone e delle merci e quando la voce della protesta si alza in maniera forte per l'inascolto, "l'ordine pubblico".
Una Politica nella quale non trovano pìù accoglienza le contraddizioni sociali da sottoporre , comporre e risolvere,ma il lavorio per gli interessi privati che le ruotano attorno o le stanno all'interno.
Che dire,per ultimo,della realtà socio economica che si è determinata a seguito della crisi attuale?Una realtà che vede applicarsi una concezione di democrazia"competitiva" così strettamente e funzionalmente legata al mercato economico ma che,al contempo, agisce orfana di quel processo "poliarchico" nel quale i leaders debbono essere sensibili (responsive)nei confronti dell'elettorato; ma essi non lo sono poichè il loro agire non proviene da una competizione elettorale che dà loro sostegno.
Un percorso, quello della nostra democrazia,con esiti imprevisti come quello attuale ed imprevedibili nel futuro ma con una unica sensazione di certezza: che l'attuale debolezza della politica ed il suo discredito equivalgono a nessun argine all'agire predatorio della finanza e del mercato ed alla loro indecente irresponsabilità nei confronti delle società e delle persone.

venerdì 17 febbraio 2012

LA DIGNITAS


E' di oggi la notizia che un Presidente della Repubblica ha rassegnato le sue dimissioni dall'incarico.
E' Cristian Wolff, Presidente della Repubblica Federale Tedesca dal 2010.
Tanto di Cappello!
Da questo episodio emerge un aspetto che sembra essere desueto, specie alle nostre latitudini.
Si tratta della componente valoriale che è la Dignitas; quella che conferisce le "certezze" sui valori cui debbono riferirsi coloro che sono chiamati a rivestire posti di responsabilità nella " Res Pubblica".
Un collante che, attraverso l'esempio,forma una comunità, la definisce e mantiene vivi in essa i modelli comportamentali a cui le persone dabbene,debbono fare riferimento.

giovedì 16 febbraio 2012

CORTOCIRCUITO DELLA DEMOCRAZIA ?

Non è facile dare un significato politico a quanto si sta sviluppando sia nei processi economici e sociali, che nelle misure che i governi,specie in Europa,si apprestano o hanno iniziato già a mettere in campo, in risposta alle bocciature dei"debiti sovrani"da parte delle cosiddette Società di rating.


Già il fatto stesso che queste Società private e pagate da terzi abbiano il potere di dare le pagelle alle strutture statuali,come se fossero delle imprese private,la dice lunga sulla loro natura e sulla loro indipendenza ed obiettività.

Ho già avuto modo di commentare sull'arroganza di questi "organismi" che operano con una tattica da cecchinaggio e che utilizzano le lettere dell'alfabeto a mo di proiettili che colpiscono,quando meglio credono,il cuore delle economie e la credibilità di interi Stati.



Tutto dipenderebbe dallo strapotere del "Mercato" che in molti teorizzano faccia le sue scelte in base all'elemento "fiducia", generata dalla "stabilità", a sua volta garantita dal "rigore" della gestione governativa e dallo stile di vita dei cittadini di ciascun Stato.
Questa prospettiva, che mette su un piano prioritario la misura della certezza della solvibilità,cozza fortemente con la essenza stessa del soggetto "Stato" e delle sue dinamiche economico-sociali.

Sbaglia chi teorizza che possa essere gestito come una grande Impresa, poichè in Esso trovano la loro sede espressiva ed attuativa una molteplicità di"valori"che riguardano tutti gli aspetti del vivere civile, dall'economico al sociale; e quei valori sono l'essenza stessa della Democrazia.
Le dinamiche d’impresa svolgono la loro azione in un contesto privatistico nel quale il valore preminente è il profitto.


Uno Stato,per sua natura,necessita e non possono essere disconosciuti,di meccanismi ed elasticità temporali idonei a svolgere la loro funzione primaria che è quella di tutelare il benessere della collettività e sopperire ai suoi bisogni sociali.

Dunque viene di domandarsi come è possibile che accada quello che sta accadendo.


E' chiaro che un intero continente è sotto attacco.
Viene da chiedersi perciò : quale sarà il prezzo ultimo delle decisioni strategiche che stanno incidendo profondamente sul suo futuro ?

Oltre che constatare il disconoscimento di fatto e quindi la messa in crisi delle sovranità degli Stati Nazione e del loro assetto democratico, occorre anche prendere coscienza di come queste "strategie" stiano, in maniera scientifica e decisa,dando il colpo di grazia a quella ideologia che ha avuto la dignità ed il benessere dell'uomo al centro del suo dibattito culturale e politico e di tutte le azioni di governo da esso ispirate.
Una strategia abilmente mascherata,come ho paventato in altro post,come necessitas" di una azione tecnocratica avente come caposaldo la”competenza”da mettere in campo sul piano economico ma che surrettiziamente investe il campo dei valori di uno Stato di diritto e democratico.

L'anomalia :

*La incapacità e la rinuncia dei partiti alla loro funzione di governo della rappresentanza loro delegata dal voto popolare, specie in un momento di acuta crisi;


*L'innesto anomalo di un esecutivo tecnico (in apparenza) in una dimensione di vero e proprio "potere degli esperti" e di dictator rei gerendae causa;

In conclusione :

Un definitivo trionfo di una ideologia liberista della gestione degli Stati,avviata con le "deregulations" Reaganiane e Thatcheriane e la definitiva messa in soffitta delle politiche Keynesiane.


Quello che sta sconvolgendo la Grecia ed il suo tessuto sociale dovrebbe accendere un vero e proprio dibattito europeo sul futuro di una Europa che appare sempre più lontana dalla visione dei suoi padri fondatori e dalle illusioni di tanti che, come me, hanno condiviso intimamente una idea ,forse ingenuamente romantica ,di un possibile percorso unitario dei popoli di questo nostro continente che si sono combattuti con lunghi e feroci conflitti.

Quella soluzione, frutto di lungimiranza di uomini di alto spessore politico come Altiero Spinelli e Ernesto Rossi ( con il loro manifesto di Ventotene); Robert Schumann( con la dichiarazione che porta il suo nome); Konrad Adenauer ed Alcide De Gasperi fu concepita allo scopo di porre un argine insormontabile alle possibili future conflittualità tra Stati il cui lascito aveva significato macerie e milioni di morti in Europa e non solo.


Quel disegno doveva significare il contributo che una Europa organizzata e vitale avrebbe apportato alla civiltà.
Una Europa sorta da realizzazioni concrete generatrici di una solidarietà di fatto e frutto di un,sia pur lungo, processo storico e di uno sviluppo spirituale condiviso.

giovedì 9 febbraio 2012

L'ANTROPOLOGIA DI UN POPOLO.

Un popolo dall'identità incompiuta ? Protagonista di un irrisolto conflitto tra individualità e socialità e disinteressato a qualsiasi collante in grado di realizzare una unità, sia pur nella complessità, fatta di complementarietà ed antagonismo dei due aspetti,ma che certifica,alla fine,la vitalità e l'identità di un popolo e lo fa sentire Nazione.

E dire che,così come la nostra identità di individui è "narrativa",altrettanto lo è quella come popolo.
Forse la nostra è una troppo grande narrazione che,nel suo divenire,ha visto nascere e tramontare grandi imperi e piccole signorie; assurgere ad epicentro del mondo conosciuto ed al suo sgretolarsi, terra di conquista e campo di battaglia sul quale le brame di dominio di potenze nascenti ed in espansione si sono scontrate per secoli.
Da conquistatori divenuti conquistati.Ancora una volta crocevia di modelli sociali, culturali,credenze religiose e miti che, tutti, hanno lasciato la loro traccia e fertilizzato la nostra essenza individuale ma cancellato una memoria collettiva propedeutica al conservare consapevolmente ed accrescere un idem sentire.
Quella essenza individuale resa anche infertile nel terreno della consapevolezza politica e civile,a causa delle esperienze di asservimento a Principi e Feudatari
ed al loro dispotismo che,paradossalmente,sembrano ancora essere percepibili per certi apetti, nel tessuto socio-politico dei nostri tempi.

L'esperienza dataci dalla moderna storia nazionale e per prima quella relativa al tentativo di una "costruzione unitaria" , con il senno di oggi,le potremmo definire "le buone intenzioni che danno un frutto destinato a marcire".
Perchè una definizione così dura e pessimistica ? Forse perchè la storia (quella che per citare Jurgen Habermas)  affidata a chi "parla in prima persona" ha avuto un obiettivo essenzialmente pedagogico, volto a generare e conservare il consenso attorno ad alcuni valori considerati essenziali per la convivenza civile.
Una riflessione, questa, che mette in conto a quel "processo" la definizione come tentativo di costruzione, non ispirata dal basso (cioè dalle popolazioni) ma come prospettiva elitaria, elaborata da intellettuali, da menti aperte ad una visione di futuro più moderno e in libertà; ma anche da fini e pragmatiche menti politiche che non avevano nulla a che vedere con l'idealismo che sognava una fratellanza tra popolazioni con eguali radici di civiltà e sentimento religioso.

Un processo portato avanti, con un certo successo da una retorica autoritaria nel ventennio fascista (Dio,Patria e Famiglia) e che,qualche tempo prima aveva avuto un suo battesimo di sangue con la inedita guerra di massa (1915-1918)con quasi sei milioni di mobilitati da tutte le contrade del Regno ed un contributo di 700.000 morti da parte delle famiglie italiane, dal nord al sud.

Più di sessant'anni di storia repubblicana,fatta di trasformazioni tumultuose e spesso radicali, il cui significato mette in luce momenti di innovazione e momenti di crisi e che oggi sembrano investire l'identità stessa del paese e danno centralità alle trasformazioni economiche e sociali ed agli elementi di degenerazione che si sono sviluppati nel sistema partitico e non solo. Queste ultime,occorre dirlo, hanno inciso profondamente nel tessuto civile e culturale del popolo italiano,specie negli ultimi decenni.

Perchè non parlare anche del decadimento del tessuto culturale posto che nel passato post unitario proprio gli intellettuali,"maestri del pensiero"furono
chiamati ad edificare una coscienza e anche strutture intellettuali nazionali cosa che nei secoli precedenti non avevano avuto modo di formarsi. In Italia esisteva un problema che altrove neanche si poneva o si poneva in forma molto più attenuata: quello di creare una cultura che, conformemente a quanto si veniva facendo nel campo delle strutture (scuola, alfabetizzazione ecc.), favorisse la crescita di un comune sentire nazionale.



Dove è finito questo mondo di "maestri",oggi in gran parte silenzioso sui veri mali di questo Paese?Una assenza della cultura che ha consentito un vero e proprio obnubilamento delle coscienze individuali e lasciato che si realizzasse una vera e propria emigrazione della coscienza soggettiva verso automatismi e supporti materiali che fissano il centro degli interessi negli aspetti marginali dell'esistenza: l'eccentricità; i doni risultanti da una attività in cui immergere le aspettative perdendo di vista l'aspetto essenziale della dimensione individuale prima e di quella sociale poi.
Tutto ciò ha visto emergere figure di "capi", meneurs de foules, spacciatori di menzogne e illusioni. Un opera di vero e proprio disassemblaggio di modelli di convivenza e l'innesto di sub-culture volte alla riscoperta e rivalorizzazione di un "humus" delle tradizioni, dei linguaggi dialettali con pretese di "Lingua",e



quant'altro, volti forse a coprire un miscuglio esplosivo di egoismi di gruppi particolari e di risentimenti verso centri di indirizzo lontani dal "locale".
Rimane chiaro alla fine che questa antropologia è tale perchè orfana di quei "ponti di senso" che da tempo la Cultura e la Politica hanno rinunciato a mantenere tra il "locale" ed un sistema coordinato come quello "statuale".

Riporto un j'accuse" di Anna Madia che condivido pienamente :
"A chi dovremmo chiedere di pagare, oggi, il prezzo di averci dato un Italia più chiusa, più paurosa, più egoista, un’Italia che guarda indietro e non avanti. Dovremmo chiedere di rispondere per averci dato un Paese che sfrutta l’immigrato ma gli sputa addosso, e di rispondere per essersi pasciuti di una Italia unita ma aver sedotto il popolo con ricette separatiste. A chi dovremmo chiedere di rispondere per aver tenuto in piedi quella stessa politica improduttiva e sprecona che diceva di voler combattere.
E dovremmo, con ancor più forza, chiedere di pagare per aver fatto, in Italia, di tutta l’erba un fascio, per averci insegnato che siamo uomini che nascono e che muoiono in categorie già definite, da criticare o da osannare a seconda del chilometro quadrato su cui i loro avi hanno piantato le tende.
A chi dovremo chiedere, oltre che a noi stessi, di pagare per aver fatto del Nord quel che il Nord non era, per aver contribuito ad imbarbarirci giorno dopo giorno, contribuito a farci perdere la fierezza di dire da dove veniamo. Quasi che la nostra terra, con le linee continue della sua pianura e le curve dei sentieri delle sue montagne, non fosse più quella che ci ha partoriti, ma la proprietà di un conquistatore che non ci lascia più modo di riconoscerla".
"

giovedì 2 febbraio 2012

I COSTI DEL SISTEMA

Nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti fu abrogato con un referendum con il 90,3% dei voti, ma un partito può vivere senza soldi? I partiti, che godono del vantaggio di occupare il Parlamento, hanno legiferato negli anni per riparare al referendum. Tutti in coro, senza distinzioni ideologiche nel nome della forchetta, il vero simbolo del Parlamento. La parola finanziamento viene sostituita dal termine, molto più elegante, "rimborso" per depistare i cittadini. Nel 1999 la legge 157/1999 introduce fondi per elezioni a Camera, Senato, Parlamento Europe e Regionali con un massimo complessivo per Camera e Senato di 193.713.000 in rate annuali per legislatura. In caso di elezioni anticipate si interrompe il "rimborso".



I partiti hanno però spese che noi umani non possiamo neppure immaginare e modificano la normativa nel 2002 con la legge 156/2002 che porta il monte premi per il Parlamento a 468.853.675 euro e riduce all'1% (dal 4%) il quorum necessario per ottenere il rimborso. I partiti, il cui organo più sviluppato è sempre stato lo stomaco, non si fermano qui.

Nel 2006, la legge 51/2006 introduce il doppio rimborso in caso di elezioni anticipate. Il rimborso vale per tutti e cinque gli anni di legislatura, anche se interrotta, e si cumula al rimborso della legislatura successiva. Per le elezioni politiche del 2008 il Pdl ha maturato il diritto a 206.518.945 euro, il Pdmenoelle 180.418.043 , la Lega 41.384.550 euro e via rapinando, tutti gli altri partiti (ogni rimborso va sommato al residuo delle elezioni del 2006, quindi circa la metà). Il costo dei partiti, esclusi gli stipendi ai vari eletti, si avvicina alla somma di un miliardo di euro se si sommano i rimborsi per la legislatura corrente, la parte di quella passata comunque retribuita, le elezioni europee e quelle regionali.


Dal Web: Beppe Grillo

sabato 28 gennaio 2012

IL PARADIGMA DELLA CRESCITA

Quanti di noi si domandano: verso quali orizzonti è rivolto il nostro cammino? come si trasformeranno i nostri futuri comportamenti? quali e quante contaminazioni subirà la nostra cultura? quale sarà il nostro universo di riferimento con le sue Istituzioni e regole sociali che sono il nutrimento del nostro modo vedere e del nostro agire?


Ne secolo scorso( sembra ieri) abbiamo sperimentato una rapida e violenta rottura dei nessi esistenti tra diversi aspetti del nostro vivere; forse uno dei più importanti è quello che attiene l'esperienza visiva e quindi cognitiva della realtà ,in relazione all'immaginario collettivo,modificati dall'avvento della radio, del cinema ed infine della televisione.
Da quelle svolte viene modificata la percezione consolidata di un mondo fisico omogeneo e compatto.Infine,con l'avvento della psicanalisi,entra definitivamente in crisi l'individualismo classico con la dissoluzione dell'IO ed il tramonto del finalismo antropocentrico.


Più recentemente abbiamo cominciato a conoscere e sperimentare il concetto di "beni immateriali" e la loro scambiabilità.
Lo stesso concetto di "masse"trova la sua prima dura rappresentazione nelle carneficine della prima guerra mondiale e nella successiva nascita dei totalitarismi quale tentativo di un superamento del "numero" con la sua irreggimentazione e, successivamente alla seconda guerra mondiale, con la soluzione del problema "masse" attraverso la combinazione di un meccanismo di Welfare State ed una tutela costituzionale dei diritti di cittadinanza.
Il tentativo,quest'ultimo, di realizzazione di una utopia egualitaria che evitasse il rischio del propagarsi di un collettivismo autoritario.


Un relativamente breve lasso di tempo che ci catapulta nella nostra contemporaneità
e che ci restituisce una consapevolezza: "i limiti dello sviluppo", sui quali si infrange il mito del progresso perenne e delle collegate aspettative crescenti.
Quei limiti dello sviluppo che l'economia e la finanza globalizzati hanno drammaticamente reso evidenti costringendo l'uomo a non potersi più identificare con un "progetto" e disarmato di quelle certezze e rassicurazioni che ,per quanto aleatorie,lo avevano fino ad ora protetto contro le sorprese e le insidie del "non ancora avvenuto".
Sarebbe presuntuoso volersi cimentare in un esercizio della prognosi ipotizzando una topografia della posterità e nessuno può scommettere sull'esito delle correnti in movimento che in atto agitano le acque della nostra società e non solo.

Credo non sbagliasse di molto però, l'economista americano Ravi Batra dell'Università di Dallas nella sua prognosi che anticipava di qualche decennio il verificarsi di una crisi devastante, con ricadute politiche e sociali forse ancora più gravi di quelle verificatesi negli anni trenta.
Ci siamo, quindi, e non riusciamo ad aver nessuna certezza sul suo termine e sulle sue conseguenze.

venerdì 27 gennaio 2012

CRISI ECONOMICA E STABILITA' DEMOCRATICA

Molti teorici della stabilità politica, specie nei sistemi in fase di modernizzazione,postulano una stretta connessione tra il livello di istituzionalizzazione politica e livello di partecipazione politica.Bisogna però rilevare che in momenti di crisi di legittimità dei partiti specie sotto il profilo della rappresentanza,a causa della carente efficacia politica conferita all'elemento culturale proposto all'elettorato, l'elemento ideologico acquisisce rilevanza ove si persegua una ideologia alienata, contraria alla legittimità del sistema vigente.

Una tesi di Lipset enuncia:"tutti i vari aspetti dello sviluppo economico, compresi l'istruzione e la ricchezza,sono strettamente connessi così da formare un grande unico fattore che ha il suo correlato politico nella democrazia".

La ricchezza però non è una condizione irreversibile e tutto ciò trova conferma nella situazione attuale di molti sistemi democratici del nostro continente; viene da chiedersi allora dove,il dover rinunciare a qualcosa ,potrà condurre in termini di conflittualità sociale;

ma Lipset aggiunge anche:"la stabilità di una democrazia dipende non soltanto dallo sviluppo economico ma anche dalla effettività e legittimità del suo sistema politico".

Questa crisi ha forse il merito di aver fatto prendere finalmente coscienza alla opinione pubblica di quanto alti ed insostenibili siano diventati i costi della democrazia per la gestione, per quanto complessa, della nostra società.
Da quì la necessità avvertita di porre in essere risposte istituzionali in grado di lavorare bene e seriamente per affrontare,con buone probabilità di successo,le sfide che le attuali vicende economiche e finanziarie pongono in essere.
Da questo punto di vista la iscrizione delle competenze nei processi rappresentativi e decisionali, oltre che gli interessi collettivi,appare come prezioso contributo ad un corretto rapporto mezzi/fini.

MODERNIZZARE E LIBERALIZZARE

E' l'argomento principe del dibattito politico e sociale oltre che l'orizzonte, non so quanto raggiungibile, cui guarda la nuova governance nella quale si riverbera la decision - making del direttorio tecnico alla guida
 dell'Italia.

Un paese,il nostro,al cui sviluppo economico e di "relativa opulenza" ha corrisposto una carenza redistributiva della ricchezza e che appare più evidente e problematica nel momento in cui una  consolidata esplosione della domanda viene costretta alla rinuncia di "qualcosa"a causa di una intervenuta crisi economica.
L'elemento modernizzatore appare necessario debba essere quello delle liberalizzazioni che però trova un grande ostacolo nel corporativismo liberale nostrano,(diverso dal corporativismo organicista ed autoritario di altra epoca)che, nei confronti del governo dell'economia, si è strutturato come sistema istituzionalizzato di rappresentanza di interessi e che gestisce,in definitiva,i processi di formazione, decisione ed attuazione delle "politiche".
I nodi son venuti al pettine ora che tale modello(sembra un controsenso)viene rivisitato con altra ottica.
E' chiaro che esso sembra aver fallito con le sue funzioni di accumulazione capitalistica finalizzata alla crescita e di garanzia del consenso, centrato fino ad ora sui contenuti tipici del patto sociale che ,invece ,ha visto privilegiate determinate categorie di interessi piuttosto che altre nell'ambito delle politiche dei redditi.
L'aspetto che viene alla luce e che non promette nulla di buono sta tutto nelle reazioni di piazza da parte degli esclusi(mi piacerebbe scoprire quanto queste possano essere strumentalizzate e da chi).




Un modello in difficoltà di fronte ad una crisi socio-economica il cui elemento connotativo è la abnormità della spesa pubblica,il corrispondente debito nazionale e la mancanza di crescita.
Gli strumenti correttivi per far uscire il paese dal grave disagio economico, finanziario e sociale appaiono essere poco accettati poichè passano da una politica di contrazione della spesa pubblica , di compressione degli aspetti salariali e contrattuali del lavoro, di accettazione dell'aumento della disoccupazione,e di conseguente ridimensionamento dei consumi e dei servizi di carattere sociale lasciando in "zona franca"potenziali zone di intervento riguardanti determinati poteri forti.


E' evidente che quello che sembra saltato sia quel postulato collaborativo che fino ad ora aveva reso meno incisive le asperità di un conflitto sociale.

L'auspicio è che un criterio quanto più possibile unanimistico riesca a superare le situazioni conflittuali tra gli interessi sociali ed economici producendo delle scelte il più possibile collettive.

domenica 11 dicembre 2011

QUEL PATTO COSTITUZIONALE

Tutti sanno che la Costituzione Italianafu il frutto di un patto; di un compromesso politico tra le culture Liberale,Cattolica e Socialista. Come le altre Costituzioni novecentesche Essa non si limitò a sancire i diritti inalienabili dei cittadini ed a delineare le strutture istituzionali dello Stato Italiano ma assunse, nel suo impianto, i cosiddetti diritti sociali (diritto al lavoro, all'istruzione,all'assistenza ed alla garanzia di eguali possibilità di promozione sociale per tutti i cittadini).


Un compromesso politico certamente sul piano dei diritti democratici quali la libertà, sia individuale che collettiva, ed i limiti invalicabili della autorità statale riguardo agli spazi aperti all'azione dei cittadini e dei soggetti sociali.
Un compromesso costituzionale poi e di ampio respiro culturale e politico dal quale far emergere un modello capace di coniugare la democraticità con la socialità, dando così vita ad uno Stato nel quale non ci doveva essere alcun condizionamento all'effettiva dialettica parlamentare che consentisse di giungere alla "decisione" attraverso la "discussione".

Peccato che la classe politica,designata alla guida dello Stato,abbia da quel momento disatteso quel modello di governance e generato quel peccato originale della Repubblica e cioè la frattura tra modello costituzionale ed assetto governante,perdurante fino ai giorni nostri e con alterne vicende ed ulteriori compromessi più o meno storici.
Un Parlamento divenuto luogo di scontro tra i partiti piuttosto che sede di confronto di "eletti" del popolo dotati di un mandato di rappresentanza,una volta diretto e specifico.
Sarebbe lungo sviluppare attraverso le varie chiavi epistemologiche l'analisi di un percorso caratterizzato da profonde anomalie del sistema politico nostrano, fino a giungere all'attuale situazione che vede rivisitare in modo regressivo le componenti valoriali di quell'originario e fondante Patto.

Insomma la verità che si percepisce, al di là dell'oggettivo disastro accumulato dalla classe politica alternatasi al governo del Paese ed a cui bisogna rimediare,è che un un ordinamento che si ispira al liberismo economico non può che agire ignorando le domande di strati della società che siano in contrasto con il suo pensiero. E la Costituzione italiana lo si capisce benissimo è una Costituzione per sua natura anticapitalistica.
Occorre tener in conto che l'elemento di equilibrio di quel trinomio fondante che
è costituito proprio dal "socialismo"per una economia possibile prevede in se,come elemento escludente ante litteram,l'accumulazione e la predazione capitalistica da chiunque gestita.



Una economia finanziaria che «regola» i processi di arricchimento di ristretti settori della società e realizza, finché è possibile, il mantenimento di una parvenza di adeguato tenore di vita alla parte politicamente più rappresentata della società, che si lascerà così addomesticare al ruolo di guardiana del sistema.
Una economia finanziaria che si basa sulla speculazione, sulla ricchezza nominale delle Borse, sui prodotti finanziari, sulle fluttuazioni dei mercati, su un sistema di costante prevaricazione esercitato dalle banche su popoli e governi.
Non può essere una strategia che segue una cultura di restaurazione conservatrice lo strumento attraverso cui realizzare un risanamento economico che passi quasi esclusivamente attraverso un sistematico smantellamento dello Stato Sociale fatto di essenziali servizi assistenziali e previdenziali a carico dello Stato con il contributo della fiscalità generale..