Politica e Valori



La repubblica,nell'antichità, aveva due grandi collanti: la religiosità, fonte di tutte le certezze, attraverso soprattutto quegli augures che erano i buoni auspici degli Dei nei confronti delle scelte della polis, e i valori – ciò a cui dovevano aspirare le persone dabbene (probri): rem (le sostanze), fides (il credito), honos (gli onori legati al ruolo specialmente politico), gratia (il favore, la “gloria”). Tutto questo assicurava "la dignitas": una tensione verso l’alto coinvolgente, attraverso i mezzi di comunicazione dell’epoca, per la formazione di un’unica comunità che tendeva verso l’alto grazie al ruolo dell’esempio virtuoso.( da: Il Politico.it)

giovedì 9 febbraio 2012

L'ANTROPOLOGIA DI UN POPOLO.

Un popolo dall'identità incompiuta ? Protagonista di un irrisolto conflitto tra individualità e socialità e disinteressato a qualsiasi collante in grado di realizzare una unità, sia pur nella complessità, fatta di complementarietà ed antagonismo dei due aspetti,ma che certifica,alla fine,la vitalità e l'identità di un popolo e lo fa sentire Nazione.

E dire che,così come la nostra identità di individui è "narrativa",altrettanto lo è quella come popolo.
Forse la nostra è una troppo grande narrazione che,nel suo divenire,ha visto nascere e tramontare grandi imperi e piccole signorie; assurgere ad epicentro del mondo conosciuto ed al suo sgretolarsi, terra di conquista e campo di battaglia sul quale le brame di dominio di potenze nascenti ed in espansione si sono scontrate per secoli.
Da conquistatori divenuti conquistati.Ancora una volta crocevia di modelli sociali, culturali,credenze religiose e miti che, tutti, hanno lasciato la loro traccia e fertilizzato la nostra essenza individuale ma cancellato una memoria collettiva propedeutica al conservare consapevolmente ed accrescere un idem sentire.
Quella essenza individuale resa anche infertile nel terreno della consapevolezza politica e civile,a causa delle esperienze di asservimento a Principi e Feudatari
ed al loro dispotismo che,paradossalmente,sembrano ancora essere percepibili per certi apetti, nel tessuto socio-politico dei nostri tempi.

L'esperienza dataci dalla moderna storia nazionale e per prima quella relativa al tentativo di una "costruzione unitaria" , con il senno di oggi,le potremmo definire "le buone intenzioni che danno un frutto destinato a marcire".
Perchè una definizione così dura e pessimistica ? Forse perchè la storia (quella che per citare Jurgen Habermas)  affidata a chi "parla in prima persona" ha avuto un obiettivo essenzialmente pedagogico, volto a generare e conservare il consenso attorno ad alcuni valori considerati essenziali per la convivenza civile.
Una riflessione, questa, che mette in conto a quel "processo" la definizione come tentativo di costruzione, non ispirata dal basso (cioè dalle popolazioni) ma come prospettiva elitaria, elaborata da intellettuali, da menti aperte ad una visione di futuro più moderno e in libertà; ma anche da fini e pragmatiche menti politiche che non avevano nulla a che vedere con l'idealismo che sognava una fratellanza tra popolazioni con eguali radici di civiltà e sentimento religioso.

Un processo portato avanti, con un certo successo da una retorica autoritaria nel ventennio fascista (Dio,Patria e Famiglia) e che,qualche tempo prima aveva avuto un suo battesimo di sangue con la inedita guerra di massa (1915-1918)con quasi sei milioni di mobilitati da tutte le contrade del Regno ed un contributo di 700.000 morti da parte delle famiglie italiane, dal nord al sud.

Più di sessant'anni di storia repubblicana,fatta di trasformazioni tumultuose e spesso radicali, il cui significato mette in luce momenti di innovazione e momenti di crisi e che oggi sembrano investire l'identità stessa del paese e danno centralità alle trasformazioni economiche e sociali ed agli elementi di degenerazione che si sono sviluppati nel sistema partitico e non solo. Queste ultime,occorre dirlo, hanno inciso profondamente nel tessuto civile e culturale del popolo italiano,specie negli ultimi decenni.

Perchè non parlare anche del decadimento del tessuto culturale posto che nel passato post unitario proprio gli intellettuali,"maestri del pensiero"furono
chiamati ad edificare una coscienza e anche strutture intellettuali nazionali cosa che nei secoli precedenti non avevano avuto modo di formarsi. In Italia esisteva un problema che altrove neanche si poneva o si poneva in forma molto più attenuata: quello di creare una cultura che, conformemente a quanto si veniva facendo nel campo delle strutture (scuola, alfabetizzazione ecc.), favorisse la crescita di un comune sentire nazionale.



Dove è finito questo mondo di "maestri",oggi in gran parte silenzioso sui veri mali di questo Paese?Una assenza della cultura che ha consentito un vero e proprio obnubilamento delle coscienze individuali e lasciato che si realizzasse una vera e propria emigrazione della coscienza soggettiva verso automatismi e supporti materiali che fissano il centro degli interessi negli aspetti marginali dell'esistenza: l'eccentricità; i doni risultanti da una attività in cui immergere le aspettative perdendo di vista l'aspetto essenziale della dimensione individuale prima e di quella sociale poi.
Tutto ciò ha visto emergere figure di "capi", meneurs de foules, spacciatori di menzogne e illusioni. Un opera di vero e proprio disassemblaggio di modelli di convivenza e l'innesto di sub-culture volte alla riscoperta e rivalorizzazione di un "humus" delle tradizioni, dei linguaggi dialettali con pretese di "Lingua",e



quant'altro, volti forse a coprire un miscuglio esplosivo di egoismi di gruppi particolari e di risentimenti verso centri di indirizzo lontani dal "locale".
Rimane chiaro alla fine che questa antropologia è tale perchè orfana di quei "ponti di senso" che da tempo la Cultura e la Politica hanno rinunciato a mantenere tra il "locale" ed un sistema coordinato come quello "statuale".

Riporto un j'accuse" di Anna Madia che condivido pienamente :
"A chi dovremmo chiedere di pagare, oggi, il prezzo di averci dato un Italia più chiusa, più paurosa, più egoista, un’Italia che guarda indietro e non avanti. Dovremmo chiedere di rispondere per averci dato un Paese che sfrutta l’immigrato ma gli sputa addosso, e di rispondere per essersi pasciuti di una Italia unita ma aver sedotto il popolo con ricette separatiste. A chi dovremmo chiedere di rispondere per aver tenuto in piedi quella stessa politica improduttiva e sprecona che diceva di voler combattere.
E dovremmo, con ancor più forza, chiedere di pagare per aver fatto, in Italia, di tutta l’erba un fascio, per averci insegnato che siamo uomini che nascono e che muoiono in categorie già definite, da criticare o da osannare a seconda del chilometro quadrato su cui i loro avi hanno piantato le tende.
A chi dovremo chiedere, oltre che a noi stessi, di pagare per aver fatto del Nord quel che il Nord non era, per aver contribuito ad imbarbarirci giorno dopo giorno, contribuito a farci perdere la fierezza di dire da dove veniamo. Quasi che la nostra terra, con le linee continue della sua pianura e le curve dei sentieri delle sue montagne, non fosse più quella che ci ha partoriti, ma la proprietà di un conquistatore che non ci lascia più modo di riconoscerla".
"

giovedì 2 febbraio 2012

I COSTI DEL SISTEMA

Nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti fu abrogato con un referendum con il 90,3% dei voti, ma un partito può vivere senza soldi? I partiti, che godono del vantaggio di occupare il Parlamento, hanno legiferato negli anni per riparare al referendum. Tutti in coro, senza distinzioni ideologiche nel nome della forchetta, il vero simbolo del Parlamento. La parola finanziamento viene sostituita dal termine, molto più elegante, "rimborso" per depistare i cittadini. Nel 1999 la legge 157/1999 introduce fondi per elezioni a Camera, Senato, Parlamento Europe e Regionali con un massimo complessivo per Camera e Senato di 193.713.000 in rate annuali per legislatura. In caso di elezioni anticipate si interrompe il "rimborso".



I partiti hanno però spese che noi umani non possiamo neppure immaginare e modificano la normativa nel 2002 con la legge 156/2002 che porta il monte premi per il Parlamento a 468.853.675 euro e riduce all'1% (dal 4%) il quorum necessario per ottenere il rimborso. I partiti, il cui organo più sviluppato è sempre stato lo stomaco, non si fermano qui.

Nel 2006, la legge 51/2006 introduce il doppio rimborso in caso di elezioni anticipate. Il rimborso vale per tutti e cinque gli anni di legislatura, anche se interrotta, e si cumula al rimborso della legislatura successiva. Per le elezioni politiche del 2008 il Pdl ha maturato il diritto a 206.518.945 euro, il Pdmenoelle 180.418.043 , la Lega 41.384.550 euro e via rapinando, tutti gli altri partiti (ogni rimborso va sommato al residuo delle elezioni del 2006, quindi circa la metà). Il costo dei partiti, esclusi gli stipendi ai vari eletti, si avvicina alla somma di un miliardo di euro se si sommano i rimborsi per la legislatura corrente, la parte di quella passata comunque retribuita, le elezioni europee e quelle regionali.


Dal Web: Beppe Grillo

sabato 28 gennaio 2012

IL PARADIGMA DELLA CRESCITA

Quanti di noi si domandano: verso quali orizzonti è rivolto il nostro cammino? come si trasformeranno i nostri futuri comportamenti? quali e quante contaminazioni subirà la nostra cultura? quale sarà il nostro universo di riferimento con le sue Istituzioni e regole sociali che sono il nutrimento del nostro modo vedere e del nostro agire?


Ne secolo scorso( sembra ieri) abbiamo sperimentato una rapida e violenta rottura dei nessi esistenti tra diversi aspetti del nostro vivere; forse uno dei più importanti è quello che attiene l'esperienza visiva e quindi cognitiva della realtà ,in relazione all'immaginario collettivo,modificati dall'avvento della radio, del cinema ed infine della televisione.
Da quelle svolte viene modificata la percezione consolidata di un mondo fisico omogeneo e compatto.Infine,con l'avvento della psicanalisi,entra definitivamente in crisi l'individualismo classico con la dissoluzione dell'IO ed il tramonto del finalismo antropocentrico.


Più recentemente abbiamo cominciato a conoscere e sperimentare il concetto di "beni immateriali" e la loro scambiabilità.
Lo stesso concetto di "masse"trova la sua prima dura rappresentazione nelle carneficine della prima guerra mondiale e nella successiva nascita dei totalitarismi quale tentativo di un superamento del "numero" con la sua irreggimentazione e, successivamente alla seconda guerra mondiale, con la soluzione del problema "masse" attraverso la combinazione di un meccanismo di Welfare State ed una tutela costituzionale dei diritti di cittadinanza.
Il tentativo,quest'ultimo, di realizzazione di una utopia egualitaria che evitasse il rischio del propagarsi di un collettivismo autoritario.


Un relativamente breve lasso di tempo che ci catapulta nella nostra contemporaneità
e che ci restituisce una consapevolezza: "i limiti dello sviluppo", sui quali si infrange il mito del progresso perenne e delle collegate aspettative crescenti.
Quei limiti dello sviluppo che l'economia e la finanza globalizzati hanno drammaticamente reso evidenti costringendo l'uomo a non potersi più identificare con un "progetto" e disarmato di quelle certezze e rassicurazioni che ,per quanto aleatorie,lo avevano fino ad ora protetto contro le sorprese e le insidie del "non ancora avvenuto".
Sarebbe presuntuoso volersi cimentare in un esercizio della prognosi ipotizzando una topografia della posterità e nessuno può scommettere sull'esito delle correnti in movimento che in atto agitano le acque della nostra società e non solo.

Credo non sbagliasse di molto però, l'economista americano Ravi Batra dell'Università di Dallas nella sua prognosi che anticipava di qualche decennio il verificarsi di una crisi devastante, con ricadute politiche e sociali forse ancora più gravi di quelle verificatesi negli anni trenta.
Ci siamo, quindi, e non riusciamo ad aver nessuna certezza sul suo termine e sulle sue conseguenze.

venerdì 27 gennaio 2012

CRISI ECONOMICA E STABILITA' DEMOCRATICA

Molti teorici della stabilità politica, specie nei sistemi in fase di modernizzazione,postulano una stretta connessione tra il livello di istituzionalizzazione politica e livello di partecipazione politica.Bisogna però rilevare che in momenti di crisi di legittimità dei partiti specie sotto il profilo della rappresentanza,a causa della carente efficacia politica conferita all'elemento culturale proposto all'elettorato, l'elemento ideologico acquisisce rilevanza ove si persegua una ideologia alienata, contraria alla legittimità del sistema vigente.

Una tesi di Lipset enuncia:"tutti i vari aspetti dello sviluppo economico, compresi l'istruzione e la ricchezza,sono strettamente connessi così da formare un grande unico fattore che ha il suo correlato politico nella democrazia".

La ricchezza però non è una condizione irreversibile e tutto ciò trova conferma nella situazione attuale di molti sistemi democratici del nostro continente; viene da chiedersi allora dove,il dover rinunciare a qualcosa ,potrà condurre in termini di conflittualità sociale;

ma Lipset aggiunge anche:"la stabilità di una democrazia dipende non soltanto dallo sviluppo economico ma anche dalla effettività e legittimità del suo sistema politico".

Questa crisi ha forse il merito di aver fatto prendere finalmente coscienza alla opinione pubblica di quanto alti ed insostenibili siano diventati i costi della democrazia per la gestione, per quanto complessa, della nostra società.
Da quì la necessità avvertita di porre in essere risposte istituzionali in grado di lavorare bene e seriamente per affrontare,con buone probabilità di successo,le sfide che le attuali vicende economiche e finanziarie pongono in essere.
Da questo punto di vista la iscrizione delle competenze nei processi rappresentativi e decisionali, oltre che gli interessi collettivi,appare come prezioso contributo ad un corretto rapporto mezzi/fini.

MODERNIZZARE E LIBERALIZZARE

E' l'argomento principe del dibattito politico e sociale oltre che l'orizzonte, non so quanto raggiungibile, cui guarda la nuova governance nella quale si riverbera la decision - making del direttorio tecnico alla guida
 dell'Italia.

Un paese,il nostro,al cui sviluppo economico e di "relativa opulenza" ha corrisposto una carenza redistributiva della ricchezza e che appare più evidente e problematica nel momento in cui una  consolidata esplosione della domanda viene costretta alla rinuncia di "qualcosa"a causa di una intervenuta crisi economica.
L'elemento modernizzatore appare necessario debba essere quello delle liberalizzazioni che però trova un grande ostacolo nel corporativismo liberale nostrano,(diverso dal corporativismo organicista ed autoritario di altra epoca)che, nei confronti del governo dell'economia, si è strutturato come sistema istituzionalizzato di rappresentanza di interessi e che gestisce,in definitiva,i processi di formazione, decisione ed attuazione delle "politiche".
I nodi son venuti al pettine ora che tale modello(sembra un controsenso)viene rivisitato con altra ottica.
E' chiaro che esso sembra aver fallito con le sue funzioni di accumulazione capitalistica finalizzata alla crescita e di garanzia del consenso, centrato fino ad ora sui contenuti tipici del patto sociale che ,invece ,ha visto privilegiate determinate categorie di interessi piuttosto che altre nell'ambito delle politiche dei redditi.
L'aspetto che viene alla luce e che non promette nulla di buono sta tutto nelle reazioni di piazza da parte degli esclusi(mi piacerebbe scoprire quanto queste possano essere strumentalizzate e da chi).




Un modello in difficoltà di fronte ad una crisi socio-economica il cui elemento connotativo è la abnormità della spesa pubblica,il corrispondente debito nazionale e la mancanza di crescita.
Gli strumenti correttivi per far uscire il paese dal grave disagio economico, finanziario e sociale appaiono essere poco accettati poichè passano da una politica di contrazione della spesa pubblica , di compressione degli aspetti salariali e contrattuali del lavoro, di accettazione dell'aumento della disoccupazione,e di conseguente ridimensionamento dei consumi e dei servizi di carattere sociale lasciando in "zona franca"potenziali zone di intervento riguardanti determinati poteri forti.


E' evidente che quello che sembra saltato sia quel postulato collaborativo che fino ad ora aveva reso meno incisive le asperità di un conflitto sociale.

L'auspicio è che un criterio quanto più possibile unanimistico riesca a superare le situazioni conflittuali tra gli interessi sociali ed economici producendo delle scelte il più possibile collettive.

domenica 11 dicembre 2011

QUEL PATTO COSTITUZIONALE

Tutti sanno che la Costituzione Italianafu il frutto di un patto; di un compromesso politico tra le culture Liberale,Cattolica e Socialista. Come le altre Costituzioni novecentesche Essa non si limitò a sancire i diritti inalienabili dei cittadini ed a delineare le strutture istituzionali dello Stato Italiano ma assunse, nel suo impianto, i cosiddetti diritti sociali (diritto al lavoro, all'istruzione,all'assistenza ed alla garanzia di eguali possibilità di promozione sociale per tutti i cittadini).


Un compromesso politico certamente sul piano dei diritti democratici quali la libertà, sia individuale che collettiva, ed i limiti invalicabili della autorità statale riguardo agli spazi aperti all'azione dei cittadini e dei soggetti sociali.
Un compromesso costituzionale poi e di ampio respiro culturale e politico dal quale far emergere un modello capace di coniugare la democraticità con la socialità, dando così vita ad uno Stato nel quale non ci doveva essere alcun condizionamento all'effettiva dialettica parlamentare che consentisse di giungere alla "decisione" attraverso la "discussione".

Peccato che la classe politica,designata alla guida dello Stato,abbia da quel momento disatteso quel modello di governance e generato quel peccato originale della Repubblica e cioè la frattura tra modello costituzionale ed assetto governante,perdurante fino ai giorni nostri e con alterne vicende ed ulteriori compromessi più o meno storici.
Un Parlamento divenuto luogo di scontro tra i partiti piuttosto che sede di confronto di "eletti" del popolo dotati di un mandato di rappresentanza,una volta diretto e specifico.
Sarebbe lungo sviluppare attraverso le varie chiavi epistemologiche l'analisi di un percorso caratterizzato da profonde anomalie del sistema politico nostrano, fino a giungere all'attuale situazione che vede rivisitare in modo regressivo le componenti valoriali di quell'originario e fondante Patto.

Insomma la verità che si percepisce, al di là dell'oggettivo disastro accumulato dalla classe politica alternatasi al governo del Paese ed a cui bisogna rimediare,è che un un ordinamento che si ispira al liberismo economico non può che agire ignorando le domande di strati della società che siano in contrasto con il suo pensiero. E la Costituzione italiana lo si capisce benissimo è una Costituzione per sua natura anticapitalistica.
Occorre tener in conto che l'elemento di equilibrio di quel trinomio fondante che
è costituito proprio dal "socialismo"per una economia possibile prevede in se,come elemento escludente ante litteram,l'accumulazione e la predazione capitalistica da chiunque gestita.



Una economia finanziaria che «regola» i processi di arricchimento di ristretti settori della società e realizza, finché è possibile, il mantenimento di una parvenza di adeguato tenore di vita alla parte politicamente più rappresentata della società, che si lascerà così addomesticare al ruolo di guardiana del sistema.
Una economia finanziaria che si basa sulla speculazione, sulla ricchezza nominale delle Borse, sui prodotti finanziari, sulle fluttuazioni dei mercati, su un sistema di costante prevaricazione esercitato dalle banche su popoli e governi.
Non può essere una strategia che segue una cultura di restaurazione conservatrice lo strumento attraverso cui realizzare un risanamento economico che passi quasi esclusivamente attraverso un sistematico smantellamento dello Stato Sociale fatto di essenziali servizi assistenziali e previdenziali a carico dello Stato con il contributo della fiscalità generale..

sabato 10 dicembre 2011

LO SPIRITO DI UNA NAZIONE

Il cammino dei popoli ripropone momenti unificanti e di lacerazione di sistemi storicamente consolidati che costituiscono la genesi di nuove dimensioni.
Il percorso dello Stato Italiano iniziò proprio con un momento di lacerazione ma finalizzato ad una costruzione.
Il nesso tra "dirigismo", "unificazione" e "sviluppo" permane l'elemento creativo di una unità, in passato di tipo nazionale, e nel nostro tempo con un profilo sovranazionale e con caratteri abbastanza artificiosi rispetto ad una pluralità di identità sia storiche che economiche.
Come allora,la moneta comune è stato il primo passo in campo economico finanziario.
La storia è maestra ed un passo indietro, che ha visto protagonista l'Italia,ci narra che alla unificazione monetaria fece seguito quella tributaria e delle politiche economiche.
E' bene ricordare che il più significativo ed incisivo provvedimento vide la creazione del "debito pubblico nazionale" con il riconoscimento dei debiti pre-unitari,elevati soprattutto nel Centro-Nord, con il quale il Regno d'Italia legò a se i ceti dententori di rendita,del Regno del Sud.


Il percorso della costruzione europea,finalmente realizzata nel 1961 la fase di trasformazione della cooperazione economica e lo sviluppo nella Ocse e la unione monetaria nel 2000, sembra esersi arenato nelle sabbie mobili degli interessi nazionali, duri ad essere superati.
E' questa una storia tutta da scrivere e la cui irruzione sembra non essersi ancora impossessata dell'immaginario degli individui e delle masse europee.

Se è necessario, come ammoniva B.De Jouvenel, avere dei sogni sull'avvenire occorre però che quel processo fantastico possa produrre i suoi effetti nella fattualità storica.


Negli anni recenti non si è forse fatto nulla per analizzare a fondo il significato di un progetto unificante messo in sordina, a livello nazionale, da una classe dirigente portatrice di una illusione populista e particolarista.

La crisi del debito pubblico di alcuni degli Stati della Comunità ha messo in campo la necessità di un agire per il bene del paese in primo luogo e per la salvaguardia di una stabilità più generale che investe il presente ed il futuro.
Questo agire comporta la messa in gioco dell'equilibrio esistenziale individuale e delle rinunce che possono riguardare il superfluo ma anche il necessario.
E' assente una forte spinta di natura morale ed ideale che accetti di cedere qualcosa di personale per un condiviso superiore bene comune.

La storia dei popoli è ricca di esempi del sacrificio degli uni e dei tanti in nome di una Patria.

Uno sguardo alla nostra storia recente, contrassegnata da una retorica di regime,dà il senso ad un agire che si estrinseca in un "dono".
"La Patria ci ha chiesto : cosa potete dare per Me ? e noi Le abbiamo risposto : Ecco i nostri mariti, i nostri figli, ecco il nostro oro ed il nostro amore.
Sappia il mondo che quell'oro è diverso da quello che si compra o si vende o che sta nei forzieri, aggiungo io; non c'è bilancia che possa misurarne il peso e non c'è listino che possa stabilirne il prezzo. Potrebbe valutarlo soltanto la bilancia della giustizia"
sono i concetti espressi da Milly Dandolo, scrittrice di quel periodo storico.
La retorica attuale, timida ed inascoltata nei suoi messaggi sollecitativi non è in grado di far presa sui cittadini a causa della non volontà delle elite di agire con decisione,equità e spirito patriottico sia nazionale che necessariamente europeo per condurre in porto un simile progetto.

domenica 4 dicembre 2011

CRITICA AL NEOLIBERISMO

David Harvey,in un suo libro traccia in maniera incisiva le origini, l’ascesa, e le nuove tendenze del neoliberismo. Ne critica aspramente gli effetti disastrosi, ne affronta le contraddizioni economiche e politiche interne e ne delinea i rischi per il presente e il futuro. Ripercorrendo le ragioni meno ovvie della neoliberalizzazione, sostiene che non è tanto il progetto finalizzato alla riorganizzazione del capitalismo internazionale a prevalere, quanto il progetto di ricostruzione del potere delle élite economiche. Harvey apertamente sostiene che si tratta di lotta di classe, perché “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe” e che quindi come tale occorre trattarla.


Che cos’è il neoliberismo? “Il neoliberismo è in primo luogo una teoria delle pratiche di politica economica secondo la quale il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo all’interno di una struttura istituzionale caratterizzata da forti diritti di proprietà privata, liberi mercati e libero scambio”. Harvey vede, quindi, nel neoliberismo (neoliberalism) non un nuovo liberalismo (liberalism) in generale, ma una teoria economica distinta che ha sostituito l’embedded liberalism: cioè quella forma di organizzazione economico-politica che prevedeva l’esistenza, accanto ai processi di mercato, di una trama di restrizioni sociali e politiche e l’utilizzo di politiche fiscali e monetarie definite ‘keynesiane’ che limitavano e orientavano la strategia economica e industriale, al fine di raggiungere la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini. Il neoliberismo è, per l’autore, una teoria di pratiche di politica economica piuttosto che una completa ideologia politica.


Il fatto che il neoliberismo non sia un’ideologia politica non lo esime dal diventare un progetto di lotta di classe. Anzi, la mancanza di una dottrina vera e propria o di una ideologia, come invece erano ,per esempio, comunismo e il socialismo, lo rende più idoneo ad essere accettato e condiviso, perché apparentemente non schierato, neutro.

Tra coloro che tra il 1978 e il 1980 compirono le prime importanti azioni verso una svolta nella storia sociale ed economica del mondo, cita come primo Paul Volcker. Questi, alla guida della Federal Reserve (Fed), cambiò drasticamente la politica monetaria americana,abbandonando le politiche fiscali e monetarie keynesiane a favore di una politica diretta a frenare l’inflazione senza nessun riguardo per le conseguenze sull’occupazione. Ronald Reagan promosse la rivitalizzazione dell’economia americana sostenendo sia le manovre fatte da Volcker al Fed che una serie di politiche finalizzate a contenere i sindacati, deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sulla scena mondiale. Teng in Cina fece il primo passo verso la liberalizzazione di un’economia governata da comunisti, adottando il socialismo di mercato al posto della pianificazione centralizzata. Margaret Thatcher con l’obiettivo di riformare l’economia della Gran Bretagna, intraprese una vera e propria rivoluzione nelle politiche fiscali e sociali: contrastò il potere dei sindacati e delle forme di solidarietà sociale che ostacolavano la flessibilità competitiva, ridusse gli impegni del welfare state, privatizzò imprese pubbliche, ridusse le tasse e incoraggiò l’imprenditoria per creare un clima favorevole all’attività economica e agli investimenti stranieri. La stessa Thatcher disse “non esiste la società, esistono solo gli individui di sesso maschile e femminile”aggiungendo in seguito “e le loro famiglie”. Le varie forme di solidarietà sociale quindi sarebbero dovute scomparire per favorire l’individualismo, la proprietà privata, la responsabilità individuale e i valori familiari.

Lo studioso americano analizza perché e come il neoliberismo, nelle sue varie versioni, è diventato la scelta prevalente, volontaria o talvolta indotta, della stragrande maggioranza degli stati, dalle socialdemocrazie occidentali agli stati nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dal Sudafrica del dopo apartheid alla Cina contemporanea.

Tra le ragioni che portarono al cambiamento sicuramente la crisi dell’accumulazione di capitale occupa un posto di primo piano, per gli effetti sulla disoccupazione crescente, l’accelerazione dell’inflazione e il conseguente diffuso malcontento.

Causa determinante fu la crescita vertiginosa del petrolio OPEC, causata dall’embargo petrolifero del 1973, che diede un enorme potere finanziario agli stati produttori come l’Arabia saudita e il Kuwait. I sauditi dovettero, sotto la minaccia di un intervento militare riclicare i loro petroldollari attraverso le banche di investimento americane, le quali, investirono queste ingenti somme di denaro all’estero: prestiti di capitali ai governi stranieri, in particolare paesi in via di sviluppo. Ma queste operazioni richiedevano la liberalizzazione del credito internazionale e dei mercati finanziari e così il governo statunitense cominciò a sostenere questa strategia a livello globale. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale divennero i maggiori sostenitori del ‘fondamentalismo del libero mercato’ e dell’ortodossia neoliberista, attraverso quell’invenzione chiamata aggiustamento strutturale: implementazione di riforme istituzionali come per esempio tagli alle spese pubbliche, privatizzazioni, leggi sul lavoro più flessibli, erano spesso richieste in cambio di una ri-negoziazione del debito.

Ma non solo. “Stava diventando palpabile la minaccia economica alle posizioni delle classi dominanti”. Infatti lavoratori e movimenti sociali urbani, alla metà degli anni settanta, si stavano mobilitando per maggiori riforme e servizi sociali e i partiti socialisti e comunisti in molti stati avevano raggiunto posizioni forti o si apprestavano ad affermarsi in una buona parte dell’Europa e anche nei paesi in via di sviluppo. Così come già argomentato da G.Duménil e D.Lévy, Harvey arriva quindi a sostenere che la neoliberalizzazione è stata fin dall’inizio un progetto mirante alla restaurazione del potere di classe. A sostegno di questa tesi divengono rilevanti anche i dati forniti sulla redistribuzione della crescita e la disuguaglianza sociale. Negli Stati Uniti dopo l’attuazione delle politiche neoliberiste alla fine degli anni settanta, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco della popolazione é cresciuto enormemente, fino a raggiungere, alla fine del XX secolo, il 15%. Ancora, il rapporto tra i salari medi dei lavoratori e gli stipendi dei massimi dirigenti di azienda è passato da 1 a 30 nell’anno 1970 a quasi 1 a 500 nel anno 2000.


Quella svolta, che oggi potrebbe apparirci scontata, avvenne, sostiene Harvey, attraverso tentativi ed esperimenti caotici che vennero formulati in una nuova ortodossia solo alla fine degli anni novanta con quello che poi verrà definito il ‘consenso di Washington’. I modelli neoliberisti, americano e inglese, da allora furono considerati la risposta ai problemi globali. L’Europa, il Giappone, il Messico, l’Argentina, la Corea del Sud, l’Indonesia, per citarne solo alcuni, subirono pressioni notevoli affinché intraprendessero la strada del neoliberismo, e la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che definiva standard e regole per l’interazione nell’economia internazionale, rappresentò l’apice della spinta istituzionale.

Harvey riporta diverse esperienze neoliberiste (Messico, Argentina, Corea del Sud, Svezia, Cina, accanto a quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) e rileva che una prima lettura porterebbe a considerare l’irregolarità dello sviluppo come conseguenza di una diversificazione, innovazione e competizione dei diversi modelli di governance, tutti riconducibili al riconoscimento dell’efficacia delle idee neoliberiste a rispondere a crisi finanziarie di un qualche genere, oppure ad un approccio più pragmatico alle riforme dell’apparato statale per incrementare la competitività a livello internazionale. Un’analisi più approfondita farebbe invece pensare che altre sono le forze in campo: quelle di una classe dominante, che si attuano “ sia nella formazione di idee e ideologie, che tramite investimenti nei think-tanks, formazione di tecnocrati e controllo dei media”. Di fatto i sostenitori del neoliberismo occupano oggi posizioni rilevanti nelle università, nei media, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, e degli organi internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Per quanto riguarda i risultati, Harvey afferma che non vi è stata neanche una vera crescita globale, ma piuttosto una redistribuzione di ricchezza e reddito, che ha generato meccanismi di sviluppo geograficamente disuguali attraverso l’‘accumulazione tramite esproprio’.


Vale la pena elencare alcune di queste pratiche, anche per le pesanti e dirette conseguenze che esse hanno sul territorio e sulla città in particolare. Come ha affermato Jessop. le città e le città-regioni acquisiscono un’importanza notevole nel progetto neoliberista: sono considerate i motori della crescita economica e i centri dell’innovazione sociale, politica ed economica e giocano un ruolo importante nel promuovere e consolidare la competitività internazionale, ma, per converso, anche nel favorire lo sviluppo di una pluralità di comunità autorganizzate come dispositivo di sostegno per le inadeguatezze del meccanismo di mercato

Le principali pratiche poste in essere possono essere così riassunte:
1) La redistribuzione intenzionale di ricchezze dai paesi poveri a quelli ricchi attraverso la gestione e manipolazione delle crisi sullo scenario mondiale: per esempio le varie crisi debitorie dei molti paesi in via di sviluppo.
2) Il trasferimento di risorse dal pubblico al privato: privatizzazione e mercificazione di risorse sino ad ora rimaste pubbliche al solo scopo di aprire nuovi campi all’accumulazione di capitale. Dalla privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, pensioni, assistenza sanitaria) e delle istituzioni pubbliche (università, ospedali, istituti di ricerca, prigioni) al crescente depauperamento delle ricchezze ambientali comuni e dell’habitat. Dalla mercificazione delle forme culturali alla cancellazione delle strutture di regolamentazione per proteggere la forza lavoro e l’ambiente. Il trasferimento a pochi, attraverso manipolazioni (churning, stock options e hedge funds) di immense ricchezze, a spese di molti: la finanziarizzazione, contrassegnata sempre più da uno stile speculativo e predatorio.



Il trasferimento da parte dello stato del flusso di beni e capitali dalle classi più basse a quelle più alte, soprattutto attraverso le privatizzazioni e i tagli delle spese statali che sostenevano il salario sociale. Per esempio la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico in Inghilterra sembrò portare ad un beneficio immediato alle classi inferiori, in quanto i beneficiari potevano diventare proprietari a costi relativamente bassi, accrescendo così la loro ricchezza e benessere. Ma a trasferimento compiuto subentrò la speculazione immobiliare, soprattutto nelle aree centrali e più importanti, convincendo o costringendo popolazioni a basso reddito a spostarsi verso la periferia, trasformando complessi di residenza sociale in centri residenziali signorili. Lo stesso sta succedendo a Pechino, dove in nome della rigenerazione urbanistica ( e delle olimpiadi) di gran parte della Pechino antica, moltissime famiglie (si parla di circa un milione di persone) sono costrette a lasciare le loro case.

Riguardo all’ambiente le politiche degli stati neoliberisti sono state e sono discontinue e instabili: se Reagan era indifferente alla questione ambientale, la Thatcher invece prese a cuore il problema e considerò con serietà la minaccia del surriscaldamento globale. Benchè la crescita e l’influenza dei movimenti ambientalisti abbiano contribuito a contenere danni e aumentare la sensibilità ai problemi, Harvey afferma che “il bilancio complessivo delle conseguenze della neoliberalizzazione sull’ambiente è certamente negativo”. Fa notare che i due principali responsabili della crescita delle emissioni di biossido di carbonio in questi ultimi anni sono gli Stati Uniti e la Cina, ovvero i due paesi che rappresentano le fucine dell’economia globale. Il fabbisogno energetico apre inoltre un’altra serie di problemi che ha ovvie ramificazioni geografiche soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali e conseguenze geopolitiche, soprattutto nell’Africa subsahariana dove la Cina sta orientandosi alla ricerca di approvvigionamenti petroliferi.

La neoliberalizzazione ha un primato negativo sugli effetti dello sfruttamento delle risorse naturali: la preferenza dei rapporti contrattuali di breve durata spinge i produttori a ricavare il più possibile indipendentemente dalle conseguenze ambientali e produttive a lungo termine, con il conseguente depauperamento di sistemi ecologici, dalle riserve ittiche alle foreste. La spinta per accrescere le esportazioni e ad accordare diritti di proprietà privata nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso i “programmi di aggiustamento strutturale”, ha creato enormi danni ai patrimoni boschivi, spesso irreparabili.

Molti permangono i paradossi e le contraddizioni insiti nella teoria neoliberista: la questione del potere monopolistico spesso prodotto dalla competizione stessa; i difetti del mercato che emergono quando individui o imprese non pagano tutti i costi che spetterebbero loro esternalizzando quindi gli impegni passivi, l’accesso ineguale, di fatto, alle informazioni da parte di coloro che agiscono sul mercato; l’innovazione tecnologica che può diventare destabilizzante se non controproducente; la tensione tra individualismo e desiderio di una vita collettiva gratificante che conduce alla costruzione di forti istituzioni collettive come i sindacati.

Quando queste tensioni si manifestano, spesso la spinta alla ricostruzione del potere di classe distorce se non addirittura capovolge la prassi neoliberista, producendo contraddizione notevoli tra la teoria e la prassi effettiva, tra gli scopi dichiarati (il benessere di tutti) e i suoi risultati effettivi.

La sfiducia dichiarata nei confronti del potere statale mal si concilia con l’impegno politico a favore di ideali di libertà individuale, il diritto alla proprietà privata e delle libertà delle imprese commerciali, in quanto il rispetto dei contratti e dei diritti individuali richiedono il monopolio da parte dello stato degli strumenti di coercizione per la tutela di queste libertà.

Mentre da una parte si enfatizza il meccanismo virtuoso della competizione, in realtà si aumenta il consolidamento del potere oligopolistico o monopolistico.

La spinta verso il mercato, il consumismo e la trasformazione di ogni cosa in merce può produrre incoerenza sociale; e l’eliminazione di tutte le forme di solidarietà sociale, lascia un vuoto pericoloso. Ecco allora che ‘nuove’ forme di solidarietà e associazionismo sono promosse e ricostruite, spesso su basi diverse dalle precedenti: religiose, morali o si assiste al ritorno di vecchie forme politiche come il nazionalismo, fascismo, etc.

Il pensiero neoliberista, osserva Harvey, adottò come fondamentali i valori di dignità e libertà individuali. La parola ‘libertà’ è stata utilizzata e strumentalizzata, per il suo valore universalmente riconosciuto, per raggiungere il consenso popolare sulle pratiche neoliberiste. Sostenendo che i valori della libertà sono garantiti dalla libertà di mercato e di scambio, quindi minacciati non solo dal fascismo, dal comunismo o dalle dittature, ma anche da tutte quelle forme interventiste che sostituivano al libero arbitrio degli individui le decisioni e il benessere collettivo, fu costruita una cultura populista basata sul mercato, fatta di consumismo differenziato e libertarismo individuale. Usando le parole di K.Polanyi, Harvey rilegge l’esperienza neoliberista: essa “significa piena libertà per coloro che non hanno bisogno di vedere accrescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di fare uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà”. Aggiungendo che “trent’anni di libertà neoliberiste, dopo tutto, non hanno solo restaurato il potere di una classe capitalista assai ben definita, anche prodotto immense concentrazioni di potere aziendale nei campi dell’energia, dei media, dei prodotti farmaceutici, dei trasporti e del commercio al dettaglio” .

Malgrado si parli molto di libertà, come sottolinea Harvey, manca veramente un dibattito serio su quale tra le varie concezioni divergenti di libertà sia la più adatta al nostro tempo. E in questa aspra critica l’autore non risparmia neppure Amartya Sen e il suo famoso testo Lo sviluppo è libertà , che “pur essendo di gran lunga il contributo più significativo degli ultimi anni alla discussione, avviluppa nel mantello delle interazioni del libero mercato importanti diritti sociali e politici. Senza un mercato di tipo liberale, sembra dire Sen, nessuna delle altre libertà può funzionare.

Molti statunitensi credono che le libertà neoliberiste sostenute da Bush siano le uniche esistenti; e “coloro che sono pienamente inseriti nell’inesorabile logica del mercato e delle sue esigenze scoprono che c’è poco tempo o poco spazio per esplorare le potenzialità di emancipazione, al di fuori di ciò che viene venduto come avventura creativa, svago e spettacolo. […] il regno delle libertà si restringe davanti all’orribile logica e alla vuota intensità delle relazioni di mercato” .

E’ in questo contesto che emergono culture di opposizione, sia interne che esterne al sistema di mercato, che si oppongono all’etica di mercato e alle pratiche neoliberiste, ma Harvey sostiene che ancor prima di formulare un progetto di società futura occorre avviare un processo politico che consenta davvero di distinguere le alternative possibili e reali.

Per chiudere con le parole di Harvey. “La prassi neoliberista ha comportato una “ingente distruzione creativa, non solo di strutture e poteri istituzionali preesistenti […] ma anche nell’ambito della divisione del lavoro, delle relazioni sociali, del welfare, degli assetti tecnologici, degli stili di vita e di pensiero, delle attività riproduttive, dell’attaccamento alla propria terra e degli atteggiamenti affettivi. Facendo dello scambio di mercato un’etica in sé”.


Ecco che allora sta a noi, come individui e come collettività, come cittadini e come professionisti, ricostruire una società comune e interrogarci di nuovo, dopo anni di disinteresse sul concetto di giustizia sociale all’interno della società contemporanea, e sulle tensioni tra particolarismo e universalismo, tra libertà individuali e benessere collettivo, ancor più inasprite dal neoliberismo.


Boniburini Ilaria
(Estratto dal sito web eddiburg.it)

sabato 3 dicembre 2011

EGEMONIE ED EQUILIBRI

Ad ogni caduta di Wall Street e dei mercati è finita l’epoca di una egemonia.
Gli Stati Uniti da anni vivono in una contraddizione schizofrenica dai tempi della elezione a Presidente di Ronald Reagan, con il suo programma fondato su due punti: meno tasse, più mercato, cioè meno Stato. Questo programma portò enormi vantaggi a breve termine ma, con la riduzione delle imposte sul reddito,la deregolamentazione dei mercati ed il progressivo aumento delle spese, in primo luogo militari, fece saltare l’equilibrio del sistema. Nel breve termine si realizzò un aumento dell’occupazione, un aumento dei consumi interni americani, un aumento degli investimenti. Il prezzo pagato si rivelò disastroso: un aumento delle spese militari, con effetti negativi sull’ordine internazionale e sulla militarizzazione della società statunitense, e un aumento vertiginoso del debito estero.


Oggi la deregulation è in crisi; più mercato, in una situazione di squilibrio, può significare più speculazione. Il rischio è di passare da eccessi liberistici a tentazioni protezionistiche. Gli squilibri dell’economia mondiale rischiano di travolgere le realizzazioni degli ultimi anni: rimangono irrisolti i problemi del deficit americano, il surplus giapponese e cinese, l’indebitamento del terzo Mondo, la decrescita in Europa, la crisi dell’Euro.

Il premio Nobel dell’economia Robert Solow ammonì che il paese leader dell’Occidente non poteva continuare a finanziare i consumi interni indebitandosi a livello internazionale in modo sempre più insostenibile. Ma quella amministrazione non previde né una riduzione delle spese né un incremento delle imposte, se non in misura del tutto inadeguata alla reale dimensione dello squilibrio.



Saltò così la capacità degli Stati Uniti di garantire uno sviluppo equilibrato a livello mondiale. Non solo il governo di Washington non fu in grado di sostenere misure che risolvessero i problemi dell’economia mondiale, ma addirittura li aggravò non assumendosi le responsabilità che spettano ad un Paese che detiene una leadership.

L’amministrazione Reagan rimase convinta che occorresse sostenere comunque le leggi di mercato. Lo Stato sociale fu così rimesso in discussione, anche per le classi più bisognose. L’esito interno rischiò di aumentare le tensioni sociali, alimentate da una politica che toglieva ai poveri per dare ai ricchi. Ad Oggi, malgrado la presidenza democratica di Obama, nulla sembra essere cambiato.La crisi dei subprime ed il fallimento della Lehman Brothers con lo scandalo (non se ne parla in relazione alla crisi delle Banche europee)dei titoli tossici frutto di una ingegnieria finanziaria a dir poco criminale,è stata la cartina di tornasole di quella politica dissennata.


L’esito mondiale poteva essere un aumento delle tensioni internazionali, per il rifiuto di una politica che fa pagare anche a popolazioni e sistemi esterni il finanziamento delle spese imperiali e dei consumi interni del popolo più ricco del mondo.

Il nuovo ordine politico-economico internazionale, con la creazione dell’Euro doveva dare una soluzione ai problemi con delle regole del gioco eguali per tutti. In primo luogo, un nuovo ordine monetario internazionale, fondato sulla stabilità monetaria e sulla cooperazione. Un sistema monetario forte e stabile necessario per sostenere l’integrazione e lo sviluppo equilibrato;obiettivo era quello di togliere a qualsiasi paese l’ambizione di scaricare sul resto del mondo i propri squilibri con il cattivo uso della propria moneta.


Negli Stati Uniti l’emendamento Gramm Rudman fece emergere che esisteva nel congresso USA una coscienza critica, convinta della necessità di una buona gestione monetaria ed economica, che garantisse l’equilibrio interno ed internazionale.
Anche le successive proposte del Segretario del Tesoro americano Baker a favore di una moneta internazionale stabile, legata all’oro e alle materie prime,era espressione di una consapevolezza circa gli obiettivi da perseguire, anche se, pure in quel caso, mancava una precisa coscienza degli strumenti necessari.
L’obiettivo prioritario da perseguire, doveva essere la formazione di un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla cooperazione fra dollaro, yen ed Euro.


Il fatto è che, al di là delle necessarie correzioni macro-economiche, gli avvenimenti attuali mettono in luce la fine di un’epoca, quella dell’egemonia statunitense. Negli anni ’30 la grande crisi fu generata dalla fine dell’egemonia inglese e dall’incapacità degli Stati Uniti di assumere le responsabilità che loro competevano. Oggi la nuova grande crisi non è stata evitata per l’incapacità dell’Europa e dei paesi più sviluppati del mondo di prendersi ciascuno la proprie responsabilità.

DEMOCRAZIA E MERCATO: I MECCANISMI CORRETTIVI

La crisi morde i governi studiano piani e la politica continua nel suo teatrino ipocrita.
In Italia il Governo promette equità, il Governatore BCE concorda e l'Episcopato sollecita.Ma le ipotesi fattuali dicono tutt'altro.
Sembra che i "decision maker" attuali non siano altro che gli epigoni di chi li ha preceduti, se non nella forma , presumibilmente nella sostanza.
Anche i popoli di mezza Europa si ritrovano a sperimentare l'impoverimento e l'umiliazione nel non essere tenuti in nessun conto da una massa di speculatori senza princìpi ne regole che sono l'anima del dispotismo dei mercati.


I Mercati!Dimensione magica che riduce l'essenza dei popoli a delle semplici lettere, che vengono attribuite con arroganza e sprezzo da "agenzie" a servizio
degli interessi dei grandi capitali.
Armi letali di potenze fino ad oggi egemoniche ed ormai in declino in uno spazio economico espanso a livello globale ?


In questi momenti risultano cruciali il ruolo dello Stato e della Politica ed i rapporti tra produzione e finanza , sviluppo e diseguaglianze sociali.
La risposta consiste nella imposizione di rimedi che, alla fine devono sviluppare i loro effetti nei soliti piani di austerità, nei quali la regola principale è il "rigore".
Questo rigore, però, sembra non riguardare altro che i sacrifici da imporre ai cittadini ed in perenne bisticcio con l'equità.
I Media ci allertano sulle inefficienze e sulle manchevolezze nella amministrazione del bene pubblico, proprietà di coloro che sono chiamati a pagare un pesante tributo al risanamento.
Corruzione e tangenti; liquidazioni milionarie, malgrado tutto, ad intoccabili di stato e sodali.


Leggevo dei miliardi di euro ( sedici è il valore stimato delle bande televisive residuate dalle donazioni precedenti)che potrebbero essere messi nel paniere per il necessario pareggio di bilancio. Non se ne sente parlare se non da parte di qualche attento giornalista.Gli esperti? Sembrano impersonare i "dictator rei gerendae causa di Romana memoria,impegnati a raschiare il fondo del barile : lavoro, welfare e famiglie. E tutto il resto ? Solo provvedimenti bandiera?