Politica e Valori



La repubblica,nell'antichità, aveva due grandi collanti: la religiosità, fonte di tutte le certezze, attraverso soprattutto quegli augures che erano i buoni auspici degli Dei nei confronti delle scelte della polis, e i valori – ciò a cui dovevano aspirare le persone dabbene (probri): rem (le sostanze), fides (il credito), honos (gli onori legati al ruolo specialmente politico), gratia (il favore, la “gloria”). Tutto questo assicurava "la dignitas": una tensione verso l’alto coinvolgente, attraverso i mezzi di comunicazione dell’epoca, per la formazione di un’unica comunità che tendeva verso l’alto grazie al ruolo dell’esempio virtuoso.( da: Il Politico.it)

sabato 23 febbraio 2013

LE SCELTE CONSAPEVOLI



Reinhart Kosselleck,uno studioso tedesco i cui interessi spaziarono dalla storia alla filosofia, dalla sociologia alla antropologia,riteneva che la vita degli esseri umani è intessuta di esperienze e di aspettative; che le prime,sedimentandosi,delineano la sua storia e che questa non rimane confinata in una particella temporale, anzi può ripetersi.Riteneva anche che tanto più scarso è il bagaglio di esperienze tanto maggiore è l'aspettativa.

Tutto ciò articola i suoi effetti su ciò che è il passato , ciò che è il presente e ciò che si può guardare come futuro.

L'esperienza , in definitiva, consente di saggiare la rispondenza o lo scarto tra ciò che costituiva le aspettative di ieri  e le esperienze dell'oggi; e questo vale come parametro tra le aspettative dell'oggi con le esperienze future.


Questa analisi consente di avviare una prudente proiezione della contemporaneità verso il futuro con l'utilizzo cognitivo delle esperienze accumulate, per avere un chiaro sguardo su ciò che è stata una esperienza non conclusa, puntando su una previsione razionale piuttosto che su un auspicio  o un vaticino.

Difficili sono i momenti che la società attuale sta sperimentando  a causa dei molteplici aspetti sia politici che economici ; la natura debole del presente concretamente vissuto  e caratterizzato da un nuovo "vuoto della penuria" si è riversato in un cumulo  di sempre più pressanti istanze , inascoltate, di aspettative ri-protese verso un avvenire deserto di premesse fondanti  e quindi terreno fertile per una loro rielaborazione con un volto utopico, e di una attesa  quasi escatologica.

La potremmo definire la de-razionalizzazione di un immaginario frutto della dissipazione di un periodo  vissuto più come soggetti spettatori  che come protagonisti.




 Fino a qualche tempo fa la molteplicità dei beni materiali ed immateriali, intrisi di durata, ha permesso una identificazione con un progetto piuttosto che con la propria natura ; una identificazione fornita di rassicurazioni, certezze che per quanto aleatorie , in grado però di prevedere una certa protezione contro eventuali insidie da parte del di la da venire.
L'immaginario, questo, degli individui e delle masse, in gran parte costituito da aspirazioni, desideri, speranze.
Un futuro  immaginato nei recessi della mentalità come un presente più prospero  o con le medesime opportunità.
Un futuro concepito come campo di aspirazioni realizzabili, di attitudini creative e vocazioni psicologiche soddisfabili.
Quei sogni della ragione  che sono stati capaci di mettere in moto forze imponenti che hanno addirittura cambiato il corso della storia frutto di quello scarto tra cause ed effetti , tra premesse e conseguenze.

Questo ,invece, è un  momento nel quale ciascuno è chiamato ad utilizzare le esperienze acquisite  per saggiare quello scarto tra le aspettative di ieri e le esperienze di oggi  e per aver chiaro ciò che si può guardare come futuro.
Questo è il momento delle scelte consapevoli.

"L'avvenire che canta delle utopie rimane ancora silenzioso, in attesa di un qualche sussulto di coscienze assopite che ne rimetta la realizzazione all'ordine del giorno, mentre le opere concrete degli uomini che vi hanno creduto sono custodite definitivamente nei ripostigli del passato".


Pessimismo ? Forse.
Per parafrasare Calvino : Così, a cavallo del nostro tempo, ci affacceremo al futuro senza sperare di trovarvi nulla  di più di quello che saremo capaci di portarvi.
A buon intenditore.......................

lunedì 18 febbraio 2013

MOVIMENTI E GENESI DEMOCRATICA






Questo è un periodo particolarmente delicato per la scelta di un progetto di società dotato di un orizzonte futuribile e che inciderà in maniera irreversibile sulla vita della attuale generazione ed ancor più di quelle future.
Una fase della storia di questo Paese che sperimenta una frattura profonda tra una classe politica fortemente delegittimata  ed inadeguata alle sfide che gli scenari geopolitici ed il mercato globale impongono di affrontare con  estrema lucidità e competenza.

La crisi della politica  nel nostro tempo, come ho già detto, prima ancora che crisi di efficienza e di capacità a dare risposte ai vari aspetti che riguardano il vivere civile ,è soprattutto crisi di valori ,compresi quelli che contraddistinguono i principi della democrazia rappresentativa.

Un  vulnus  al principio di partecipazione in quanto costitutivo del processo democratico, che si sa  viene esplicato dal "demos" attraverso la partecipazione alle elezioni della rappresentanza.
Quella rappresentanza che deve essere intesa come somiglianza sociologica; come proiezione ,nel microcosmo rappresentativo , del macrocosmo sociale.
Un territorio collettivo, dunque, con le sue articolazioni di status, sia economico che sociale.

Non mi azzardo nemmeno a tentare di approfondire il ragionamento circa la rappresentatività "psicologica" cioè quella consonanza tra "demos" e "rappresentanza" che si dovrebbe risolvere in un "idem sentire de re pubblica".
Non è su questo che si basa anche la teoria  sulla "leadership carismatica  e populista ?
Per alcuni aspetti essa non è forse fondata sul presupposto di un "animus " del genere che consente ad un leader populista , anche non elettivo, di interpretare, esprimere i sentimenti profondi di una comunità ?

Occorre forse riflettere quanto quell' "animus" sia stato in grado di poter mettere in discussione ciò che  la democrazia dei moderni caratterizza, nell'elemento istituzionale "Repubblica",come sistema della rappresentanza quale specificità istituzionale dei regimi democratici.
Sarebbe utile alla comprensione misurare il peso semantico e funzionale della "partecipazione" nei suoi legami tra l'elettore  ed il rappresentante o la rappresentanza.
Sicuramente il principio "precetto" del mandato è un suo conferimento, attraverso il voto,e non può essere disatteso.

Anche considerando quanto la democrazia diretta , sollecitata da certe visioni populiste , sia poco praticabile per via della sua necessaria limitabilità a porzioni territoriali poco estese  ai fini della presenza fisica dei cittadini negli indirizzi e nelle decisioni e quindi limitabile alla "polis" , alla "città antica", è nell’aspetto tendenziale del cammino politico che questa forma di democrazia partecipativa  reclami  una sua rivincita sulla democrazia della rappresentanza. La democrazia è partecipazione, cantava Giorgio Gaber.

La modernità certamente sembra favorire questa voglia di cambiamento  con la sua rivoluzione informatica:
La potremmo definire come "Democrazia Elettronica"  nel cui contesto il potere potrà rivolgere interrogativi, fare proposte, indicare soluzioni  direttamente  al "demos" e questi potrà essere in grado di rispondere in tempo reale; una specie di grande e permanente assemblea in cui il "demos " dice la sua.
Chiarisco che non sono un "grillino".

La verità è che ostacolo importante è costituito dalla impossibilità ,ai tempi nostri, di far funzionare, a livello statale la democrazia diretta,considerato il processo economico troppo specifico della moderna società occidentale. lo spostamento degli affari politici agli affari economici; la necessità di affidare a pochi  ciò che la gente ( i molti ) non vuole e non può gestire da se ha per forza di cose creato una specie di  principio della divisione dei compiti  tra la "rappresentanza" per la cura stabile delle faccende politiche e tutti gli altri impegnati nelle faccende economiche ed esistenziali.

Per dirla alla Pareto , nel contesto di una eterogeneità sociale come espressione tra l'altro delle diversità tra gli uomini,si sono concretizzati due strati di popolazione : una classe eletta ( èlite) che governa  ed un'altra classe non eletta e che è governata.

 Questa specie di principio della divisione dei compiti è stato messo in crisi dalla inadeguatezza delle risposte politiche alla complessità delle ciclicità negative e portato ad una progressiva fase di distacco e di ritrovato interesse alla politica in maniera più consapevole e partecipativa .

Nei tempi recenti il "demos" è stato indotto alla ricerca della felicità privata  ed è rimasto indifferente agli affari politici cioè all'interesse alla gestione della res pubblica.
Quel meccanismo psico-esistenziale della ricerca della felicità , sollecitato dalla delusione per le disattese aspettative di un controllo politico  esercitato con puntualità procedurale  , con pertinenza  nella gestione della res pubblica  riconduce alla ricerca della felicità pubblica tralasciando la felicità privata.
Da qui la volontà di produrre un mutamento attraverso quegli strumenti che la stessa democrazia consente di utilizzare.


E’ chiaro il riferimento ai “Movimenti”che in questa fase politica si sono presentati alla ribalta dell’agone elettorale con chiari intenti di cambiamento.
Ma la definizione di Movimento di per se denota una varietà di interessi collettivi finalizzati a produrre il cambiamento nelle istituzioni sociali e nelle regole ed in quanto espressione di una collettività porta in se una fisionomia indefinita ed instabile nella sua membership ed una fluidità negli intenti.

Va da se che una forte  affermazione elettorale sancirebbe un mutamento che coinvolgerebbe il sottosistema sociale e vedrebbe in  prospettiva una interruzione delle caratteristiche delle relazioni sociali, istituzionali e persino le forme di vita quotidiana ma soprattutto una azione focalizzata nell’area pubblica e tale da pretendere di realizzare mutamenti istituzionali,legislativi e politici.
Parrebbe quasi la genesi di uno stato nascente in una dinamica trasformatrice e particolare modalità possibile di un mutamento sociale.
Un nuovo paradigma di comportamento collettivo contrapposto  al paradigma della mobilitazione delle risorse.

Una protesta ? Una rottura degli attuali paradigmi  ? La volontà di cambiare gli esistenti processi ,relazioni, istituzioni sociali  differenziandosi dal normale, dallo status quo.
Personalmente, dal dibattito in corso, vedo sottovalutate le implicazioni relative  che pur sono significative.
Molta attenzione e sottolineature sugli esordi  e tale fuoco sulle origini rischia di minimizzare l'attenzione sulle conseguenze.
Forse occorrerebbe porre l'attenzione sulla proliferazione della interazione tra l'incentivo ideologico e le plurime ragioni individuali che stanno alla base di una vasta scelta partecipativa.
 Una scelta che si manifesta come protesta ,che è contenitore della dissidenza  e che può diventare altro.











venerdì 18 gennaio 2013

TECNOCRAZIA E POLITICA



                                                                                                                                                                  Dopo la svolta  nelle responsabilità di governo e dei successivi sviluppi, si sono finalmente  definite, nel     loro aspetto politico e sociale, le ambiguità che riguardano gli attori  e quelle che hanno riguardato ,se così    li possiamo definire, i modi del reclutamento e designazione alla alta carica pubblica : quella di governo del Paese, nella fattispecie.

Un mix che richiama la " cooptazione" ( tipica delle forme oligarchiche ) oltre che  la competenza  (tipica di sofocrazia, burocrazia e tecnocrazia ) ma,alla fine,  carente dell'aspetto elettivo ( tipico della democrazia ).

Quello che stiamo vivendo è un  periodo in cui il superamento delle ideologie ( quelle classiche ) del novecento  è un dato di fatto ( anche se qualcuno, per suo interesse ne mantiene vivo il riferimento ) e  la percezione diffusa della politica  come regno della incompetenza., della corruzione, dei particolarismi , vede le masse impreparate e disinteressate nei confronti della "res pubblica".
Tutto ciò sembra delineare un percorso che fa intravedere, nel suo probabile punto di arrivo, l'instaurazione di un vero e proprio  regime, con suoi tratti specifici ed una sua concretezza socio-politica .
Una politicizzazione dei "Decision Maker"  e l'avvio di una sorta di Koinè ,unificante la massa  in nome dell'economia ed ancor più della finanza, con un profilo "generalista" del processo economico  e dell'intero regime di gestione pubblica.

Una  trasformazione,dunque,  da  regime dichiaratamente  tecnocratico ed apparentemente non politico ad un regime  che, nell'indicare  i  criteri ed i mezzi oltre che i fini politicamente determinati nell'azione sociale , chiama  in causa anche opzioni di valori (equità e giustizia), scelte anche di civiltà ( salute e diritti sociali )fino ad oggi protagonisti  in un complesso gioco di relazioni sociali e potestative e  che riconducono  tutte al problema degli interessi particolari di gruppi ,categorie, classi sociali; infine alla visione di un tipo di società da costruire, che sarà molto diverso da quello ritenuto come acquisito nell'orizzonte esistenziale, in quanto individui.

E' di tutta evidenza che, dopo la "temporanea messa in quarantena della "politica",motivata da una emergenza finanziaria sia nazionale che internazionale, si ripresenti ,in tutta la sua virulenza,la pretesa di gestire  la molteplicità di aspetti che riguardano le dinamiche socio politiche.
 Dinamiche da affrontare con gli stessi sistemi della passata stagione,tutte nelle rispettive arene: governativa, parlamentare e quindi partitica e quindi elettorale oltre che culturale e della comunicazione di massa.

In questa ultima articolazione , cioè partitica- elettorale-culturale -comunicazione di massa , trovo l'essenza  subdola del meccanismo psico-esistenziale, induttivo della ricerca della "felicità", che è capace di spingere il "demos" al desiderio di qualcos'altro di cui  era ben poco cosciente ; una ricerca che,con fasi alterne, si sposta da quella "privata"a quella "pubblica" e viceversa,a seconda che  la delusione derivi dalla aleatorietà  delle suggestioni di quella "privata", o dalla incapacità di risposte efficaci di quella "pubblica".

Il demos, quindi ;  con i suoi connotati; oggi, essenzalmente, società di massa.
La sua disponibilità agli stimoli in partenza dai centri di emissione dei "messaggi", e quindi da chi li detiene o li controlla .Questo è un aspetto poco percepibile ma determinante nella competizione in atto.
Il bombardamento ossessivo con una sequela di informazioni, tali da ridurre ulteriormente la memoria storica già così tenue nella nostra società e, nonostante l'apparente neutralità delle informazioni o fatti-notizia, l'effetto di "malnutrizione informativa" e le offensive mediatiche rivolte alla denigrazione degli avversari, sono proprio finalizzate a produrre  i loro risultati in termini di consenso.
In questo contesto , credo rimarrà poco o nulla alla opportunità di giudizio di realtà per la "massa" che sarà chiamata a dare la sua "risposta"nell'urna elettorale.







mercoledì 26 dicembre 2012

LIBERALISMO E DEMOCRAZIA

I fermenti politici ed il dibattito, anche aspro,che stanno attraversando le società europee ed occidentali in generale,ma particolarmente  quella italiana, riconducono ad antichi interrogativi sul concetto di democrazia e sull'irrisolto suo rapporto con il pensiero liberale.

Specie nei momenti di crisi economica  e di derive liberiste, figlie della globalizzazione,il giudizio  pesa sulle risorse spendibili per il finanziamento delle spese sociali; quelle spese che sono proprie di una equilibrata convivenza civile all'interno di uno Stato.


L'interrogativo principale trova la sua ragione di esser posto, quantomeno da una certa corrente di pensiero, su quali siano state, siano e saranno le finalità ultime di uno Stato in democrazia.

Uno Stato che,  con le garanzie costituzionali, tende a favorire e tutelare le libertà individuali  e nei "gruppi"  e che è possibile definire come"libertà nello Stato" ma che con i meccanismi della democrazia rappresentativa riesce a tutelare anche le così dette " libertà dallo Stato".
E' proprio in quest'ultimo aspetto che si coglie il senso dell'ideologia liberale, che intende porre dei limiti ai poteri di quella Istituzione nei confronti delle libertà individuali tutelate all'interno di essa.
Sappiamo che il liberalismo è probabilmente la dottrina che ha più influenzato la concezione moderna della democrazia: si parla infatti di "liberaldemocrazia" in modo generico per indicare una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza ma - anche e soprattutto - sul rispetto delle minoranze.

Una idea che pare l'unica sopravvissuta alle macerie  ideologiche del novecento e che si proietta con forza nel terzo millennio, ponendo le sue grandi questioni che riguardano i rapporti tra "libertà" e "responsabilità"; tra "diritto" e "dovere" ; tra scelte individuali e collettive ; tra "potere" e "legge".
 E' proprio il porre queste questioni che contiene in se  un interrogativo  sulla democrazia, sul come sarà e quale sarà il suo rapporto con il liberalismo nel prossimo futuro.

Illustri politologi hanno formulato le loro diagnosi  sulla base di un interrogativo  sul come considerare il liberalismo rispetto alla democrazia : un "prius" od un "posterius" ?
Prevarrà la concezione Lockiana  del liberalismo che, fuori dai suoi confini anglosassoni, ha prodotto la prima democrazia dell'era moderna , oppure  quella che fa riferimento al razionalismo democratico di Rousseau che ha influenzato, non poco,, le nascenti democrazie del continente europeo?


Quello che è generalmente riconosciuto è che, se per un verso  la Democrazia ha  bisogno del Liberalismo per individuare un confine che ne legittimi la sua teoria, per altro verso il Liberalismo ha bisogno della Democrazia per rendere più ampia la sfera dei diritti civili, politici e sociali.

 La necessità di ampliare la sfera dei diritti fondamentali  peccato che sia  reclamata da  un ideal-typ di liberalismo  costituito  nella sostanza da quella affermazione per la quale " la società, intesa come intero ordine sociale, con l'eccezione dello Stato, debba in generale guidarsi da se ": Le monde va  de lui-meme!
Una riedizione moderna di quel "laissez faire, laissez passer" di De Gournayana  memoria.

L'Italia,o meglio la sua politica che nei decorsi decenni  si è fortemente impegnata nella ricerca del consenso, assecondando  gli interessi anche bassi di determinate categorie  e le passioni anche torbide della massa, è protagonista (finalmente) di un dibattito acceso  su come e da quale "agenda" si possa e si debba essere pilotati verso un progressivo ma deciso cambio di rotta.Un cambiamento che ponga in sicurezza il Paese dal rischio  letale che il potere statuale venga utilizzato da chiunque ambisca alla sua conquista per sfruttarlo a suoi fini particolari.


Credo non sia tanto in discussione ciò che la teoria democratica contiene in se e cioè quella idea di eguaglianza che è alla base della nostra storia recente ed in generale di quella occidentale, quanto la sua elaborazione  interpretativa che ne determina due diversi orizzonti di senso; due paradigmi  contrapposti.
 Anche se il liberalismo ha contribuito a definire la concezione moderna di società, intesa come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane concernenti tanto l'ambito spirituale quanto la sfera materiale, rimane da rivisitarne  l'aspetto morale  ed il concetto stesso di eguaglianza.


Non è difficile da capire che laddove l'eguaglianza coinvolga l'aspetto morale, eredità che va dal cristianesimo all'illumnismo, nella pari dignità e  nella considerazione rispettosa di ogni singolarità,da essso non possa essere disgiunto l'aspetto sociale che ne è parte integrante.

L'idea liberale nella sua particolare visione di eguaglianza, per evitare il rischio di doversi confrontare con una diseguaglianza morale ed una effettiva cancellazione della dignità delle persone come singolarità e di intere classi, propugna una generica eguaglianza sociale essa stessa  generatrice di diseguaglianze sostanziali.

Quanto, in questo anno di governo dei tecnici è stato fatto,nella sua eccessiva sottolineatura liberale della libertà individuale ha completamente trascurato di considerare prioritario  il primato dell'eguaglianza morale delle persone ,sia come singoli che come gruppi sociali.

Non sarà facile governare  due aspetti caratterizzanti ; ciò che la teoria democratica reclama : l'eguaglianza  e ciò che invece reclama il liberalismo : la libertà.
Il relativo travaglio sta tutto nella loro armonizzazione, posto che ci sono "libertà che esorbitano dalla sensibilità della democrazia  così come ci sono eguaglianze che non sono apprezzate dal liberalismo" (Sartori)


Quel che appare evidente è che se , come afferma l'idea liberale, la democrazia moderna è portatrice e caratterizza un conformismo di massa con i suoi aspetti burocratici  e con una visione dello Stato come supremo elargitore,tendendo a non considerare prioritario  l'individualismo , essa sola è in grado di regolare una società civile economicamente e socialmente sempre più complessa, rispettosa dell'individuo nella sua libertà morale e intellettuale  ed a prevedere l'estensione dei diritti individuali  a tutti i membri della comunità; queste sono in definitiva le premesse ideali del liberalismo classico!

Questo Paese, al di la delle alchimie partitiche, "merita di avere la  libertà di  poter dare il meglio di se; di consentire a tutti di  godere il massimo della equità possibile;di beneficiare di pari opportunità per costruirsi una vita dignitosa; sentirsi parte attiva di una comunità ed una democrazia vitali ; protetti contro i rischi più gravi che l'esistenza può comportare;  godere correttemente dei beni sociali quali la sanità, l'istruzione,la giustizia e la sicurezza".

Nei prossimi mesi il Paese, i cittadini, decideranno , con il loro voto, quale sarà il loro destino e la Politica che vorrano.




Quì  il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato Democrazia.
Quì ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Quì ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Quì ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Quì ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti quì ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Quì ad Atene noi facciamo così.

Noi non consideriamo la discussione come ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia solo il frutto del valore.
Quì ad Atene noi facciamo così.

Insomma , io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sè una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Quì ad Atene facciamo così.

 ( Pericle Discorso agli Ateniesi , 461 a.c. )

Ma questa è stata  definita la Democrazia degli antichi !





martedì 18 dicembre 2012

I GRANDI PROGETTI

Mi è capitato, ogni qualvolta se ne parla ed anche con enfasi, di chiedermi a cosa ci rimanda l'espressione "il sogno americano"oltre alla sua connotazione quale orizzonte  materiale e che, in definitiva, non ci appartiene essendo proprio di una realtà socio-politica differente e lontana dalla nostra.
Affascina  comunque questa espressione che sottintende aspetti da recepire anche nel significato  più alto.


L' indefinibile modello di una dimensione onirica ? Un mito, si potrebbe dire  ed un costante punto di riferimento presente nell'immaginario collettivo occidentale.
Generato da un idem sentire  in un rapporto duale tra individuo ed ambiente ricco di opportunità suì quali è stata costruita una grande democrazia ,sia pure con le sue grandi contraddizioni e le sue profonde diseguaglianze e con una vocazione imperiale,simboleggiata dalla  architettura tardo imperiale romana dei suoi palazzi istituzionali e dal suo rapportarsi e collocarsi in ambito internazionale.

Una democrazia però che appare sempre più disposta a considerare l'ineguaglianza come naturale conseguenza  delle capacità individuali  e come necessario ed unico motore della crescita economica ,
 anche se ciò significa  la produzione di sempre maggiori marginalità sociali  considerate come fisiologiche.


La nostra storia nazionale, con l'epopea risorgimentale ed unitaria, narra anch'essa di un sogno; di una opportunità ,tale per tanti che per tutto questo  hanno sacrificato le loro vite, donato il loro sangue quale concime di un seme; potenziale e formidabile collante di una complementarietà, ancorchè complessa , in un comune sentire di una nascente nazione.

Un parallelo certamente poco sostenibile per dimensioni ed individualità storica. La nostra italianità  con le radici millenarie della popolazione che la compone e che pare abbia percorso un cammino senza un sogno ed ancor oggi poco consapevole della propria identità.


Mi torna inevitabilmente alla mente la storica e controversa frase del Metternich : l'Italia è soltanto una espressione geografica. Che avesse ragione ?  Spero ardentemente di no!











sabato 15 dicembre 2012

LE NORME FONDAMENTALI

L'11dicembre 2011 postai una riflessione ; una indicazione coniugata al passato :Quel Patto Costituzionale come dire quelle tavole di valori e di princìpi ispiratori della costruzione di un sentire comune  e regolatori di un cammino di progresso civile e morale che la neonata Repubblica si accingeva a percorrere all'indomani di una tragedia le cui macerie avevano travolto l'intera struttura sociale in uno scontro fratricida.

Patto fondante per una nuova comunità nazionale sulla base di diritti inalienabili sanciti e tutelati come tali.
Diritti in un impianto di carattere sociale  costituito dal lavoro, l'istruzione, la salute, la proprietà privata, con un accento posto sulla sua funzione sociale, una paritaria opportunità di crescita individuale.


La Costituzione più bella del mondo, decantano artisti, pensatori, personaggi dotti  e quanti ne conoscono contenuto e spirito.

Spesso ,questo atto fondamentale e' stato celebrato e divulgato da artisti in supplenza a chi ne dovrebbe avere la sensibilità ed il dovere pedagogico.

Tentativi con carattere di necessità,data la rivisitazione in senso regressivo degli ultimi decenni,  per iscrivere nella memoria dei singoli e della collettività il senso vero di quei princìpi valoriali e diritti ,da considerare come"repertorio esistenziale "della vita collettiva, legge fondamentale e patrimonio condiviso.






mercoledì 12 dicembre 2012

IL SOLCO DELLA DISEGUAGLIANZA

L'Italia sta vivendo la sua crisi che oltre ad essere  economica , è anche culturale, politica  ed in ultima analisi  sociale.
 E',anzitutto, la medesima crisi economica che ha investito l'Europa e possiamo ben dire il sistema occidentale nel suo complesso.


Appare chiaro però che ciascuna di queste dimensioni ha affrontato o sta affrontando il problema, non da poco, con approcci diversi, in relazione anche al pensiero politico sistemico che ,forse soltanto in Italia,si manifesta con una vera e propria lottizzazione politica della società , in una sorta di "affresco feudale", del quale ho fatto cenno in altro post relativo ad alcuni  aspetti antropologici che ci riguardano come italiani.

In questa realtà la  politica si è dimostrata incapace di proporre una visione reale ed organica di quale futuro porre all'orizzonte del suo operare ,perchè ormai carente di un pensiero filosofico che ne illumini il percorso tra l'altro fortemente condizionato da una oscura deriva con grande capacità di catturare un immaginario collettivo ormai  impoverito di stimoli culturali ed etici fino ad arrivare ad una accettazione sociale della bugia, anche quella che si manifesta senza alcun rispetto della coerenza cui la classe politica dovrebbe essere tenuta.


Lo intravediamo, lo sperimentiamo sulla nostra pelle ed in tutti gli aspetti della vita quotidiana quale sia il modello di vita che l'attuale e pare unico pensiero  ci pone come nostro orizzonte.

Il modello di un certo tipo di sviluppo; quello del "produci, consuma e crepa"tanto caro al pensiero  neo liberista di cui è testimone autorevole l'ultima e morente  "governance" italiana  a guida di "decision maker", epigoni nella sostanza di chi li ha preceduti e che è, anchessa , giunta alla fine del percorso concesso  come  utile per poter in seguito  affermare di avere le mani "pulite" dei sacrifici" necessariamente"imposti ed il cuore vicino ai cittadini con i loro problemi esistenziali. Sfacciata ipocrisia!!


Quel pensiero che qualifica i cosiddetti "produttori di ricchezza"  come "marea che innalza tanto lo yacht del miliardario quanto la barchetta del pescatore";curiosa visione di crescita ed interesse collettivo.
Si nasconde  però che ,quella che viene spacciata  come  marea che "innalza",è anche qualcosa d'altro, cioè generatrice di  un solco che può diventare tanto più profondo quanto più grande è l'ingiusta distribuzione della ricchezza.
Va da se che  una società portatrice di tali disuguaglianze è una società destinata al declino ed alla disgregazione.Questo non sembra essere preoccupazione delle classi dirigenti del nostro paese o quanto meno di tanta parte di esse.

Le diseguaglianze e la crisi sociale, finalmente palesatisi in tutta la loro gravità, non sono serviti a molto  poichè, sull'onda del disagio sociale,si sono  riaccesi gli appetiti  di gruppi di interesse  particolari, fino ad oggi silenti  e pronti a riprendere  l'opera  rimasta in quescenza per via della crisi dell'Euro e della possibilità di lasciare ad altri la paternità di decisioni a loro gradite tanto quanto sgradite alla massa elettorale.

Personalmente mi ha sorpreso non poco leggere della sfida lanciata da Daniel Haltaman, economista di prestigio, con la sua proposta di tassare ,negli USA ,la ricchezza e non il reddito per contribuire alla riduzione delle diseguaglianze, posto che è sul fronte dell'accumulazione diseguale della ricchezza che si scava quel solco.

E' una idea condivisibile  anche se tassare determinati beni come espressione di ricchezza potrebbe essere ingiusto poichè la possibilità di acquistare un bene può anche essere frutto di rinunce verso altri tipi di consumi.
Una tassazione generale sulla ricchezza, realizzata tramite una modesta imposta proporzionale gravante su tutta la ricchezza personale, sarebbe molto più equa che una sequela di imposte su singoli beni.

In Italia,come in Europa,salvo l'eccezione francese, la sfida proposta va nella direzione opposta .  la soluzione dei gravi problemi da risolvere era stata riposta nelle mani di un teem di "competenti" che ,in definitiva si è articolata con attegiamenti poco negoziali e pragmatici, da "problem solving men"e che ha portato come frutto  la realizzazione di riforme che, purtroppo, sono andate  ed andranno sempre più ad incidere sugli orizzonti esistenziali delle persone comuni e ad un annichilimento del ruolo sociale della mano pubblica ma  esentando dal doveroso contributo al risanamento  coloro per i quali tale contributo non sarebbe sacrificio insopportabile.

L'errore fatale,se di errore si può parlare : Il risanamento per mezzo della fiscalità generale,della finanza  privata, considerata propedeutica ad una stabilità monetaria ad uso dei mercati speculativi e nessuna concreta azione e poco o nulla risorse a favore delle classi medie; della economia reale per evitarne la recessione.



Si è partiti con un attacco al sistema pensionistico che nella raltà dei fatti ha decretato per i giovani  un destino senza tempo in una  indefinita attesa  di una disponibilità di posti di lavoro che non si potrà realizzare nemmeno con il decesso dei padri trasformatisi via via in nonni, impedendo loro a considerare fattibile  una legittima  progettualità per la costruzione di un nucleo familiare in un orizzonte futuribile.

Questo per dire che nemmeno un eventuale patto generazionale  sarebbe ormai in grado di risolvere questo problema  che ha le sue origini nella variabilità dei fattori che muovono l'economia  in generale nelle sue fasi di crescita o di decrescita ; fattori che sono gli investimenti  in innovazione, la gestione del capitale umano con i suoi diritti irrinunciabili, quindi la combinazione  virtuosa e lungimirante di questi fattori, insieme ad altri da parte delle classi imprenditoriali e della classe politica.

La cronaca politica ci informa che il problema principale in Italia  oggi è costituito dalla impossibilità di gestire un responsabile traghettamento del paese tra i flutti di una crisi ancora non risolta.












giovedì 22 novembre 2012

IL DOGMA DELLA CRESCITA


Tutto parte dal significato vero  e quale sia il senso da attribuire all'essere soggetti della storia.
Padroni del principio di"Se", l'autoproduzione di se stessi , attraverso un lungo percorso che coinvolge  una umanità,affrancata dall'immaginario aristocratico e proiettata  in un nuovo immaginario : " l'homo faber", paradigma  fondante di una nuova umanità singolarizzata e proiettata verso uno sviluppo tecnologico e produttivo.


Un cammino forse illusorio posto che,nei fatti,quella "umanità" non si è realizzata  perchè  prodotto della stessa attività produttiva che, con la necessaria continuazione,insita in essa, gli si ritorce contro ancor prima della sua nascita.

Una singolarità sovrana e padrona del "Se" annullata, poi, nella organizzazione sistemica  della produzione e del consumo e ridotta a mera espressione di "bisogni di possesso" e motore di incrementi produttivi e mercato.
Una sovranità  risoltasi alla fine  in una frenesia  di produttività fine a se stessa e generatrice  di alienazione e dipendenza.

Occorrebbe forse abbandonare il dogma della crescita continua. Nella realtà in cui l'uomo è immerso  nulla cresce in maniera infinita.
Tutto ha un inizio ed una fine o una trasformazione.Quella della crescita  continua è la "perniciosa illusione generata dalla mente della altrettanto perniciosa nuova specie umana definita " l'homo economicus", parabola forse conclusiva dell'homo faber.
Per costoro ed i loro seguaci , il PIL è  il Totem, l'indiscutibile misuratore del benessere.


Quello che si sta vivendo è un momento decisivo di un cambiamento epocale ,alcuni lo definiscono la
"rivoluzione liberale" che, mandando in soffitta definitivamente  Keynes ed il Leviatano, ritiene di avere in mano  la terapia salvifica necessaria per sanare una crisi da essa stessa generata.

Un modello,quindi, e l'immaginario di un mondo che si contrappone ad un altro immaginario i cui paradigmi  sono il frutto di  fatica e lotte civili di intere generazioni e, fino ad oggi, un consolidato  dei rapporti sociali.

Un mondo,il primo, incentrato su un  blocco conservatore della finanza multinazionale,portatore di un modello economico basato sulla crecita ,sull'indebitamento ,sulla finanza creativa, sullo sfruttamento selvaggio delle risorse; l'altro, invece, portatore delle istanze di rinnovamento ,sia sociale che culturale, di una giusta attenzione alla sostenibilità, all'ecologia ed alle energie pulite; in definitiva un modello di de-crescita possibile.
Due scenari, due dinamiche, due prospettive tra loro inconciliabili.


Da una parte l’ostinata dittatura della civiltà della produzione finalizzata ai compulsivi  consumi di massa, del petrolio, della chimica , e della politica imposta dalla finanza e dai banchieri per il profitto fine a se stesso ; dall'altra le istanze per un modello di vita fatto di obiettivi dentro un immaginario che guardi non solo al presente ma anche e maggiormente al futuro delle persone e del pianeta.








lunedì 5 novembre 2012

DUE LEADERSHIP - DUE VISIONI



Quella a cui assistiamo è la narrazione di una crisi economica e sociale e la necessità, indotta dalla competizione elettorale, di accendere i riflettori sulle sue cause vere e profonde.
Si assiste ad una narrazione ma anche ad una altra narrazione che tenta di nascondere la verità sulle scelte precedenti l'attuale governance ed il legame di quelle scelte con le disastrose conseguenze che hanno interessato la "finanza", "l'economia reale" ed alla fine il "tessuto sociale".


Chi ne ha pagato e ne paga le conseguenze è proprio quest'ultimo, nella parte rappresentata da quella che viene definita la "classe media" americana che ha visto, specialmente nell'ultimo decennio ,calare in maniera impressionante il suo livello di benessere e sprofondare nella soglia di una nuova povertà.
Nella restante parte della composizione sociale coloro che erano i poveri sono diventati ancora più poveri ed i cosiddetti ricchi sempre più ricchi.


Queste sono state le conseguenze di una deriva oligarchica che ha dato origine alle politiche neoliberiste da Reagan  ai Bush con il "laissez fair" in un mercato senza regole e la pretesa di correggere il peso del debito pubblico americano con meno tasse ai ricchi e pesanti tagli al Welfare State.Quella, a ben vedere, fu una pretesa ipocrita!

L’America è certamente il prodotto di due società, quella dei ricchi e quella dei poveri, ma le proporzioni non sono quelle attese. Oggi l’America sembra più un’isola solitaria di ricchezza materiale in un oceano di povertà. L’1% della popolazione accumula il 20% (era l’8% al tempo di Kennedy) del reddito prodotto annualmente. Gli altri dati sono noti: disoccupazione al 10%, poche probabilità di trovare un impiego allo stesso stipendio di quello perso; cinquantenni in esilio permanente dal mondo del lavoro, ventenni con poche alternative.

  La rivoluzione reaganiana, il neoconservatorismo, le forze del mercato, le liberalizzazioni, l’attacco al ruolo del governo federale, sono stati alcuni degli eventi che hanno mosso il paese nella direzione di una crescente disuguaglianza economica. Una combinazione di fattori esogeni (in primis la globalizzazione e l’innovazione tecnologica) ed endogeni (la politica) ha contribuito a creare una situazione che la recessione ha reso intollerabile. L’individualismo e il darwinismo sociale hanno sostituito la solidarietà come principi regolativi della distribuzione della ricchezza.





Oggi il discorso non è più sulla distribuzione degli "onori" ma degli "oneri". Le rendite di posizione di chi
si trincera dietro ai benefici di cui ha goduto nell’ultimo mezzo secolo sono inevitabilmente diventate il bersaglio della critica di ampi strati dell’opinione pubblica americana. Ma rimane inalterata e altrettanto decisiva una questione: la fonte della disuguaglianza sta nelle istituzioni, nel contratto sociale, e quindi in ultima analisi nella politica? Oppure nella fabbrica sociale del paese, nella sua cultura, nei suoi valori? La presente situazione pone una  domanda : com’è possibile che in America il costo e il disagio siano misurabili soltanto in termine di ricchezza o povertà materiale? È possibile che in America si sviluppi un’idea della ricchezza, grazie alla quale i disagi della crisi non siano valutati soltanto in termini di flussi economici a favore di una classe sociale o l’altra, ma piuttosto di partecipazione solidale e condivisa dei costi della crisi da parte dell’intera comunità?



Non appare chiaro se  e come il Paese potrà arrivare ad una equa ripartizione degli oneri ma sicuramente chiaro che tutto ciò dipenderà dal tipo di rappresentanza politica rispetto ai disagiati  o a una nuova prospettiva etica. Così come non è ancora chiaro se si potrà arrivare ad una revisione del contratto sociale nel modo in cui si è andato articolando nello scorso mezzo secolo, oppure della cultura che si è contestualmente sviluppata. Sembrano domande teoriche, ma evidentemente non lo sono. Rimane da capire  se prevarrà la proposta di  un’estensione dell’individualismo egoista oppure quella del ritorno al solidarismo sociale.



Solo una diversa visione ha tentato di porvi  rimedio  e le scelte della attuale politica presidenziale  con delle leggi di indirizzo economico sono andate in una direzione che in pratica ha avuto dei risultati positivi ,se si pensa al salvataggio della industria automobilistica americana e delle centinaia di migliaia di posti di lavoro ad essa legati . Non è  poco!!

Qualcuno forse dimentica che le elezioni  "mid term" hanno consegnato la maggioranza alla Camera proprio ai Repubblicani rendendo facili le loro azioni ostruzionistiche, ad esempio verso" l'American Job Act" che, con i miliardi di dollari da destinare ad investimenti ed a sgravi fiscali, avrebbe consentito una maggiore ripresa della economia americana.


Il"New deal"  Obamiano  ha avuto  una direttrice chiara nel Recovery Act del 2009 ma è stato impantanato.


sabato 3 novembre 2012

IL SOGNO AMERICANO E LE LEADERSHIP



Per noi cittadini di un continente dalla storia plurisecolare credo non sia semplice dare una precisa connotazione a questa espressione, sia essa riferita all'aspetto valoriale, perchè di valori certamente si tratta, quanto all'aspetto materiale delle condizioni sociali.


Eppure è proprio dal nostro continente che migrò il seme dal quale sarebbe nata poi la pianta dai molteplici rami : la speranza, la determinazione, la libertà individuale,l'intrapendenza operosa e nel contempo il sacrificio e  solidarietà .
Germoglio e frutto maturato di una democrazia.

La lunga narrazione di quel sogno parla di un idem sentire che teorizza ed aspira al  raggiungimento  del benessere, della felicità; quella che viene enfatizzata come diritto e garanzia costituzionale.


 


Non si può però, non vedere in tutto questo una grande contraddizione ; quella che proclama questo diritto garantito ma che non tiene  in nessuna considerazione la natura degli uomini che,come individui facenti parte di un qualsivoglia gruppo sociale, non nascono tutti eguali per potenziali capacità.Non tutti, quindi, malgrado le aspirazioni,la operosità e la libertà individuale , riescono a coniugare ad esse quel tipo di determinazione necessaria al superamento degli  ostacoli che si possono frapporre, nessuno escluso, pur di giungere alla affermazione di se ed al successo.


Da questo discende una composizione stratificata della società  nella quale parte di essa, quella che per vari motivi non riesce ad andare oltre i propri limiti, diventa oggetto di una connotazione,quasi parassitaria, nei confronti di quella parte che, avendone le doti e grazie al contesto, è riuscita a realizzare le proprie aspirazioni ed anche oltre e che considera la solidarietà un freno dannoso alla crescita economica.


Mi piace riportare una considerazione che rispecchia il pensiero intimo che caratterizza una parte della società americana, e non solo. Lo riporto come  un epitaffio :
Attenti agli uomini comuni, alle donne comuni, attenti al loro amore, il loro è un amore comune, che mira alla mediocrità. ( Bukowski )

E' anche vero che il sogno americano rivela alla sua base una ideologia, quella capitalista che assegna alla responsabilità di ciascun individuo l'onere del raggiungimento del suo benessere economico e dunque del suo successo sociale o del suo fallimento,da esibire  o subire ,ma in solitudine kopperiana.

E' questo il dogma della predestinazione  insito nella tradizione calvinista e protestante in genere che attribuisce all'individuo , attraverso il suo operare in assoluta liberta' nell'agire, il dovere di raggiungere il suo benessere  materiale  e conseguentemente il benessere della nazione in senso capitalistico.
Non più l'operosità ed il profitto quali mezzi per il benessere  ma quale fine quasi in senso religioso per la accumulazione capitalistica. Non più un valore ma una ideologia.

Una ideologia che supporta un sogno al di la della pretesa di un diritto alla felicità di cui tuti sono destinatari  e che si deve realizzare attraverso il libero mercato e dove il merito dell'intrapresa  non può essere frenato da pesi sociali che ostacolano la dinamica di uno sviluppo economico  sempre crescente.
Da quì la necessità di polarizzare la distribuzione del reddito tra capaci ed incapaci, tra i creatori di riccheza  e coloro che tali non sono.
La più grande democrazia occidentale con le più grandi diseguaglianze!




Come superare questa contraddizione  ?

Il sei di novembre gli elettori americani, o quanti,specie giovani, riusciranno a superare le mille diffcoltà che vengono artificiosamente e pretestuosamente frapposte alla possibilità di registrarsi e quindi esprimere il proprio consenso, saranno chiamati a  scegliere se continuare il percorso che l'attuale leadership sta faticosamente pilotando malgrado  gli ostruzionismi ed i veti  di un congresso ostile, dominato  dagli avversari,  che sono poi gli artefici della crisi gravissima che ha scosso l'economia americana e non solo.


I cittadini americani danno l'impressione di non avere una memoria ferrea e lucida se non riescono a mantenere vivo il ricordo dell'avventurismo guerriero in nome di una democrazia da esportare ed avente come ispiratrici le lobbies degli armamenti e petrolifere. Molti piangono i loro morti sull'altare del profitto dei pochi che pretendono di riprendere a guidare una grande nazione asservita ai loro interessi.