Si è detto che la crisi della Politica è anche crisi di Valori , di capacità di mediazione e di governo delle istanze che provengono dalla società oltre quella di definizione degli orizzonti di senso come cornice necessaria ad un ordinato e più giusto sviluppo sociale.
Alla luce delle attuali esperienze cognitive possiamo dire in che misura e quanto profondamente l'immaginario individuale venga aggredito e deformato da dissimulazioni ed informazioni spesso manipolate ed assorbite quotidianamente ?
Sappiamo che, per millenni, l'uomo ha fondato la sua esistenza, governata da due piani cronologi : dietro di se un passato; una specie di contenitore da cui attingere per costruire la sua esperienza sociale e la sua identità : davanti a se il futuro ; un contenitore vuoto, da colmare con le speranze, i sogni , le istanze di cambiamento e di progresso.
Il passato ed il futuro, per effetto della colonizzazione mediatica delle menti,sono divenuti irrilevanti comparse nel presente; un presente molto vago, addiruttura liquido e sempre meno propenso ad accogliere tra gli orizzonti di senso le mete da raggiungere.
Le società contemporanee stanno sperimentando le conseguenze dello scontro tra le grandi utopie riformiste del XIX° secolo e la storia del XX° secolo caratterizzata ,quest'ultima, da grandi conflitti e da ideologie che hanno visto protagoniste di una grande narrazione storica e sociale le masse e le elite.
L'uomo contemporaneo si trova, quindi, nella posizione contraddittoria che distingue il periodo della fine delle grandi narrazioni ed il prevalere delle teorie sulla definitiva affermazione di un nuovo sistema : quello liberale e del libero mercato.
Una diversa, se pur articolata, visione del mondo viene così generata : nulla è da interpretare ed è conseguenziale farsi trascinare; di contro tutto si è definito o sta per compiersi; vivere, quindi, in un presente perpetuo, sostenuto dalle immagini e dai messaggi trasmessi dai Media ed un nuovo sentire pervaso dal consumismo e dalla sensazione che il tempo si è fermato e non influisca più sul nostro divenire.
Ecco ! forse è questo il nuovo paradigma : La contemporaneità virtuale.
La contemporaneità reale è ben diversa.
Il mondo occidentale, dai tempi di A.Smith progetta lo sviluppo del Mercato, nel quale la crescita all'infinito è, di per se, un fine al di la dei bisogni reali.
La rivoluzione industriale e l'era del petrolio, come principale fonte energetica, hanno dato il colpo di grazia all'universo contadino, legato alla terra , ed a quello artigianale, vere fonti di individualità sociale e produttiva.
- Il Marketing
- I Mas Media
- Il consumismo
Le tre nuove verità, uniche e globali.
Il marketing tenta di mascherare le continue crisi di sovrapproduzione e sottoconsumo, inevitabili in un mondo globalizzato ed in un mercato unico e finito, incompatibile, dunque, con una crescita illimitata.
La pubblicità droga la domanda e rende assuefatti al consumo, convincendo agli acquisti in modo compulsivo di ciò di cui non si ha effettivo bisogno e generando una obsolescenza programmata ( con il sistema usa e getta ) che depaupera le disponibiltà di risorse e produce di contro una enormità di rifiuti.
Ultimamente è stato sviluppato il meccanismo del credito senza limiti, come spinta ai consumi, creando situazioni di indebitamento, spesso insostenibili.
Parliamo, nello specifico, della attuale crisi finanziaria internazionale scatenata dai sub prime americani e dagli istituti finanziari, un potere sempre più impersonale ed incontrollabile.
Il paradosso è che, a fronte di una necessità di determinazione di un cambiamento, le forze politiche e così pure i pensieri politici ,che dovrebbero realizzare tali cambiamenti, sono scomparsi dall'orizzonte politico.
Trasformazioni in atto nella Società e come la Politica,con le sue azioni,le influenza.
Politica e Valori
giovedì 29 settembre 2011
lunedì 26 settembre 2011
OPINIONE PUBBLICA E CONSENSO
Si è accennato ai vari fattori che hanno contribuito alle trasformazioni in atto nella società e tra questi l'avvento espansivo e pervasivo dei Media che hanno inciso, con i loro messaggi sia pubblicitari che di alto tenore mediatico, sulla psicologia degli individui e sui comportamenti.
Il tutto si basa su gli studi della percezione, dell'apprendimento, della memoria , degli atteggiamenti ed al loro cambiamento attraverso la persuasione,per giungere ad una comprensione dei fenomeni culturali e della dimensione simbolica che sono necessari nei processi di comunicazione identitaria.
E' decisivo il ruolo dei mas media nella costruzione e rappresentazione della realtà sociale poichè se è vero che gli individui si rapportano con le condizioni reali del proprio esistere attraverso credenze e pratiche che alla fine formulano una ideologia , è anche vero che al processo di formazione della loro opinione contribuisca anche un esercizio di dominio simbolico, canalizzato attraverso i Media.
Ne consegue che la cosiddetta opinione pubblica non deriva esclusivamente da un processo spontaneo.
La politica, negli ultimi decenni, ha acquisito consapevolezza sul ruolo che i media possono esercitare sia nei processi di costruzione del consenso sociale che nella comunicazione di quanto può essere assimilato come realtà.
Il tutto si basa su gli studi della percezione, dell'apprendimento, della memoria , degli atteggiamenti ed al loro cambiamento attraverso la persuasione,per giungere ad una comprensione dei fenomeni culturali e della dimensione simbolica che sono necessari nei processi di comunicazione identitaria.
E' decisivo il ruolo dei mas media nella costruzione e rappresentazione della realtà sociale poichè se è vero che gli individui si rapportano con le condizioni reali del proprio esistere attraverso credenze e pratiche che alla fine formulano una ideologia , è anche vero che al processo di formazione della loro opinione contribuisca anche un esercizio di dominio simbolico, canalizzato attraverso i Media.
Ne consegue che la cosiddetta opinione pubblica non deriva esclusivamente da un processo spontaneo.
La politica, negli ultimi decenni, ha acquisito consapevolezza sul ruolo che i media possono esercitare sia nei processi di costruzione del consenso sociale che nella comunicazione di quanto può essere assimilato come realtà.
giovedì 22 settembre 2011
IL CREPUSCOLO DELLO STATO SOCIALE
L'idea che una autorità politica provveda e tuteli postulanti e bisogni,oltre che regolamentare i conflitti, è antica (Leviatano)
Dalla fine dello scorso secolo sono mutati il rapporto tra "Stato" e "Cittadini" e le politiche sociali messe in campo dai governi che si sono succeduti.
I sistemi economici e politici sono stati quindi caratterizzati quali gestori di una crescente spesa pubblica generata da tali politiche che, per converso, sono state un efficace indicatore delle capacità di garantire la "giustizia sociale" da parte di quei sistemi e del potere politico.
La necessità del potere politico di mantenere il consenso sociale ha, però, costretto il sistema economico a delle fughe in avanti sul piano delle spese sociali alle quali non hanno sempre corrisposto incrementi della produttività.
Sul piano concettuale la politica Keynesiana che considerava la spesa pubblica come volano
della propensione agli investimenti ed ai consumi, ma che era considerata dai fautori delle dottrine monetaristiche (Milton Friedman) insostenibile,dovette lasciare il passo all'idea del libero mercato, per un verso caratterizzato dalla massima liberalizzazione e per un altro verso dall'equilibrio monetario dei bilanci statali.
Sarebbe lungo riportare e commentare i diversi scenari sia in italia che negli altri stati occidentali ;basta citare
la devolution Reaganiana in USA e le liberalizzazioni della Thatcher in Gran Bretagna che decretarono il declino delle politiche Keynesiane e la vittoria del liberismo.
Oggi essere liberali, ormai in chiave liberista ,è considerato un merito riformistico; infatti si parla di rivoluzione liberale e di riforme epocali.
In sostanza si è passati dal ricorso assoluto alla maestà dello Stato, come centro propulsore del benessere o delle risorse necessarie al vivere quotidiano,alla centralità del mercato come fulcro dello sviluppo, della ricchezza delle nazioni e del benessere privato.
Quando si è fatto riferimento alle trasformazioni antropologiche, delle quali si ha finalmente una chiara
percezione , non si è evidenziato che esse sono emerse nel tempo apologetico del liberalismo o più precisamente del neo-liberismo.
Sicuramente occorre tenere in conto il contesto occidentale , anzi mondiale, che è andato e va modificandosi per effetto di un ridisegnarsi degli spazi e delle diseguaglianze lungo delle direttrici non più riconducibili ad una divisione nord-sud o ad aree diverse, ormai globalizzate.
Lo stesso paesaggio sociale va ridisegnandosi a causa di nuove forme di potere e di controllo delle masse che sono riusciti ad insinuarsi nei più profondi gangli della soggettività, rimodulata in modo funzionale alla subordinazione delle menti e dei corpi agli imperativi del capitalismo ed alle sirene del consumismo e dello edonismo.
Tutto ciò fa essere consapevoli che il "popolo" , la "società civile" sono soltanto soggetti passivi di questo scenario, senza alcun protagonismo.
Il popolo, lo si è già detto, moltitudine di singolarità che operano e vengono amministrate, segmentate nell'ambito di una massa eterogenea.
Cosa dire della società, oramai totalmente privata da qualsiasi spazio di mediazione sulle varie priorità e sugli interessi contrapposti, essendo questo ormai articolato dalle logiche di dominio.
Nella concezione liberale dell'individualismo non esiste antagonismo tra "società" ed "undividuo" posto che l'uomo è un animale sociale che necessita del rapporto con altri simili per raggiungere i suoi scopi.
In essa si rifiuta la subordinazione dei fini particolari a quelli collettivi poichè,secondo quella visione, il perseguimento dei propri interessi personali condurrebbbe necessariamente all'armonia sociale. Inoltre, la creazione di ricchezza individuale contribuirebbe anche all'interesse collettivo. Come dire : dove c'è ricchezza (di pochi) , la povertà (di molti) ne può trarre beneficio.
In conclusione: come possiamo definire l'epoca alla quale apparteniamo e quali possono essere i giudizi di valore riferibili alle istituzioni, ai comportamenti, alle culture che sono il nutrimento del nostro modo di vedere e di agire, che delineano i confini del nostro universo di riferimento ,significati sociali ed orizzonti di senso?
Dalla fine dello scorso secolo sono mutati il rapporto tra "Stato" e "Cittadini" e le politiche sociali messe in campo dai governi che si sono succeduti.
I sistemi economici e politici sono stati quindi caratterizzati quali gestori di una crescente spesa pubblica generata da tali politiche che, per converso, sono state un efficace indicatore delle capacità di garantire la "giustizia sociale" da parte di quei sistemi e del potere politico.
La necessità del potere politico di mantenere il consenso sociale ha, però, costretto il sistema economico a delle fughe in avanti sul piano delle spese sociali alle quali non hanno sempre corrisposto incrementi della produttività.
Sul piano concettuale la politica Keynesiana che considerava la spesa pubblica come volano
della propensione agli investimenti ed ai consumi, ma che era considerata dai fautori delle dottrine monetaristiche (Milton Friedman) insostenibile,dovette lasciare il passo all'idea del libero mercato, per un verso caratterizzato dalla massima liberalizzazione e per un altro verso dall'equilibrio monetario dei bilanci statali.
Sarebbe lungo riportare e commentare i diversi scenari sia in italia che negli altri stati occidentali ;basta citare
la devolution Reaganiana in USA e le liberalizzazioni della Thatcher in Gran Bretagna che decretarono il declino delle politiche Keynesiane e la vittoria del liberismo.
Oggi essere liberali, ormai in chiave liberista ,è considerato un merito riformistico; infatti si parla di rivoluzione liberale e di riforme epocali.
In sostanza si è passati dal ricorso assoluto alla maestà dello Stato, come centro propulsore del benessere o delle risorse necessarie al vivere quotidiano,alla centralità del mercato come fulcro dello sviluppo, della ricchezza delle nazioni e del benessere privato.
Quando si è fatto riferimento alle trasformazioni antropologiche, delle quali si ha finalmente una chiara
percezione , non si è evidenziato che esse sono emerse nel tempo apologetico del liberalismo o più precisamente del neo-liberismo.
Sicuramente occorre tenere in conto il contesto occidentale , anzi mondiale, che è andato e va modificandosi per effetto di un ridisegnarsi degli spazi e delle diseguaglianze lungo delle direttrici non più riconducibili ad una divisione nord-sud o ad aree diverse, ormai globalizzate.
Lo stesso paesaggio sociale va ridisegnandosi a causa di nuove forme di potere e di controllo delle masse che sono riusciti ad insinuarsi nei più profondi gangli della soggettività, rimodulata in modo funzionale alla subordinazione delle menti e dei corpi agli imperativi del capitalismo ed alle sirene del consumismo e dello edonismo.
Tutto ciò fa essere consapevoli che il "popolo" , la "società civile" sono soltanto soggetti passivi di questo scenario, senza alcun protagonismo.
Il popolo, lo si è già detto, moltitudine di singolarità che operano e vengono amministrate, segmentate nell'ambito di una massa eterogenea.
Cosa dire della società, oramai totalmente privata da qualsiasi spazio di mediazione sulle varie priorità e sugli interessi contrapposti, essendo questo ormai articolato dalle logiche di dominio.
Nella concezione liberale dell'individualismo non esiste antagonismo tra "società" ed "undividuo" posto che l'uomo è un animale sociale che necessita del rapporto con altri simili per raggiungere i suoi scopi.
In essa si rifiuta la subordinazione dei fini particolari a quelli collettivi poichè,secondo quella visione, il perseguimento dei propri interessi personali condurrebbbe necessariamente all'armonia sociale. Inoltre, la creazione di ricchezza individuale contribuirebbe anche all'interesse collettivo. Come dire : dove c'è ricchezza (di pochi) , la povertà (di molti) ne può trarre beneficio.
In conclusione: come possiamo definire l'epoca alla quale apparteniamo e quali possono essere i giudizi di valore riferibili alle istituzioni, ai comportamenti, alle culture che sono il nutrimento del nostro modo di vedere e di agire, che delineano i confini del nostro universo di riferimento ,significati sociali ed orizzonti di senso?
giovedì 30 giugno 2011
LE TRASORMAZIONI ANTROPOLOGICHE
La storia delle società umane è fatta da un continuo trascendimento dei bisogni che poi si compendiano nei cosiddetti " bisogni sociali " ed è a questi ultimi che la politica e le istituzioni fanno riferimento.
Da questo ragionamento ne deriva che la creazione sociale dei bisogni è ciò che definisce l'orizzonte di senso delle società ed è essa stessa che produce i significati, conferisce valore alle cose e struttura di conseguenza la loro identità.
La mia sensazione è che ormai si siano smarriti quegli orizzonti di senso , propri di una crescita sociale equilibrata e che una nuova direzione sia divenuta maggioritaria e socialmente dominante: quella della eccellenza sociale, slegata dalla morale e dall'etica,con un diverso ideale socialmente condiviso perchè considerato vincente. In definitiva : chi produce ricchezza vale , ed a prescindere.
Sperimentiamo una incapacità o una non voglia di coniugare il fattore individuale con quello sociale. Non ci soffermiamo a riflettere sul fatto che siamo noi, come individui, che costituiamo la società e che ne definiamo la civiltà nella misura in cui siamo stati capaci di maturare sia individualmente che complessivamente.
In effetti, tale capacità di maturazione è da tempo condizionata da molteplici influenze esterne che, inoculando nella psiche individuale stimoli sull'immaginario, ne alterano la definizione, creando un conscio collettivo molto spesso inconsapevole e non reattivo.
Detto questo il concetto di individuo, come soggetto sociale, diventa problematico da definire ed in contrasto con l'assioma marxiano secondo cui " le classi sociali determinerebbero i modi di pensare e quindi di essere dell'individuo ."
"La società è il prodotto dei nostri bisogni ed il governo delle nostre debolezze ". (Marcel Pagnol )
Mi rendo conto che per affrontare ed analizzare questi temi occorrerebbe essere edotti sia di psicologia, se ci si vuol misurare con i comportamenti individuali, che di sociologia,se si vuol esplorare certi comportamenti nel ristretto ambito delle trasformazioni in atto nella società.
Ho sempre cercato una risposta, il più possibile razionale, alle evidenti trasformazioni in senso anche antropologico nel risvolto comportamentale, sia individuale che verso la sfera politica.
Certe risposte , non so quanto valide, le ho trovate proprio nel nesso tra "individuo ", " società " e "politica " e, nell'epoca dei media,con la comunicazione informativa e rappresentativa (mi riferisco ai programmi delle televisioni.)
Forse sarebbe corretto affermare che sia stata la sfera politica la vera artefice di questa trasformazione, assieme alla massificazione delle idee ,dei bisogni e dei gusti ( dovremmo quì parlare dell "uomo massa ") ; quella trasformazione che riguarda la progressiva perdita della diversità individuale, con le sue doti critiche e le sue percezioni sugli orizzonti esistenziali; doti che sono la vera ricchezza del consorzio umano.
Lo smarrimento della ragione individuale, nelle grandi aggregazioni, porta come conseguenza la dissoluzione in una collettività egocentrica .Questo però non vuol dire la rinuncia all " IO " individuale per un "NOI " sociale; tutt'altro.
Ci si spiega quindi come posa accadere che taluno pensi che il tutto possa essere instradato e poi governato da una elite o una oligarchia o da un Capo, dotato di una forte personalità.
A proposito del termine "uomo massa " esso richiama l'accezione " popolo " mai ben definito e meramente astratto come entità politica ; non si sa dove cominci ne dove finisca. Si dice spesso che esso è "sovrano"....questo aggettivo applicato al popolo è una vera e tragica burla. In verità sappiamo tutti che l'unica cosa che il popolo può fare di essa è delegarla perchè in realtà non ne esercita alcuna.
Si, ogni tanto gli si da l'illusione di essere sovrano è ciò consente di poter definire un regime come democratico.
Da questo ragionamento ne deriva che la creazione sociale dei bisogni è ciò che definisce l'orizzonte di senso delle società ed è essa stessa che produce i significati, conferisce valore alle cose e struttura di conseguenza la loro identità.
La mia sensazione è che ormai si siano smarriti quegli orizzonti di senso , propri di una crescita sociale equilibrata e che una nuova direzione sia divenuta maggioritaria e socialmente dominante: quella della eccellenza sociale, slegata dalla morale e dall'etica,con un diverso ideale socialmente condiviso perchè considerato vincente. In definitiva : chi produce ricchezza vale , ed a prescindere.
Sperimentiamo una incapacità o una non voglia di coniugare il fattore individuale con quello sociale. Non ci soffermiamo a riflettere sul fatto che siamo noi, come individui, che costituiamo la società e che ne definiamo la civiltà nella misura in cui siamo stati capaci di maturare sia individualmente che complessivamente.
In effetti, tale capacità di maturazione è da tempo condizionata da molteplici influenze esterne che, inoculando nella psiche individuale stimoli sull'immaginario, ne alterano la definizione, creando un conscio collettivo molto spesso inconsapevole e non reattivo.
Detto questo il concetto di individuo, come soggetto sociale, diventa problematico da definire ed in contrasto con l'assioma marxiano secondo cui " le classi sociali determinerebbero i modi di pensare e quindi di essere dell'individuo ."
"La società è il prodotto dei nostri bisogni ed il governo delle nostre debolezze ". (Marcel Pagnol )
Mi rendo conto che per affrontare ed analizzare questi temi occorrerebbe essere edotti sia di psicologia, se ci si vuol misurare con i comportamenti individuali, che di sociologia,se si vuol esplorare certi comportamenti nel ristretto ambito delle trasformazioni in atto nella società.
Ho sempre cercato una risposta, il più possibile razionale, alle evidenti trasformazioni in senso anche antropologico nel risvolto comportamentale, sia individuale che verso la sfera politica.
Certe risposte , non so quanto valide, le ho trovate proprio nel nesso tra "individuo ", " società " e "politica " e, nell'epoca dei media,con la comunicazione informativa e rappresentativa (mi riferisco ai programmi delle televisioni.)
Forse sarebbe corretto affermare che sia stata la sfera politica la vera artefice di questa trasformazione, assieme alla massificazione delle idee ,dei bisogni e dei gusti ( dovremmo quì parlare dell "uomo massa ") ; quella trasformazione che riguarda la progressiva perdita della diversità individuale, con le sue doti critiche e le sue percezioni sugli orizzonti esistenziali; doti che sono la vera ricchezza del consorzio umano.
Lo smarrimento della ragione individuale, nelle grandi aggregazioni, porta come conseguenza la dissoluzione in una collettività egocentrica .Questo però non vuol dire la rinuncia all " IO " individuale per un "NOI " sociale; tutt'altro.
Ci si spiega quindi come posa accadere che taluno pensi che il tutto possa essere instradato e poi governato da una elite o una oligarchia o da un Capo, dotato di una forte personalità.
A proposito del termine "uomo massa " esso richiama l'accezione " popolo " mai ben definito e meramente astratto come entità politica ; non si sa dove cominci ne dove finisca. Si dice spesso che esso è "sovrano"....questo aggettivo applicato al popolo è una vera e tragica burla. In verità sappiamo tutti che l'unica cosa che il popolo può fare di essa è delegarla perchè in realtà non ne esercita alcuna.
Si, ogni tanto gli si da l'illusione di essere sovrano è ciò consente di poter definire un regime come democratico.
domenica 26 giugno 2011
LA CRISI DELLA POLITICA
La "politica " è lo strumento per mezzo del quale i "valori " investono la sfera pubblica ed è anche l'arena adatta per farli rispettare; è solo questo ? o dovremmo anche dire che sono i valori stessi che dovrebbero essere rispettati per scelta individuale!
La vita " morale ", nel pensiero Aristotelico, è quella che val la pena di perseguire per giungere al livello di eccellenza, dal punto di vista individuale ( Probi ).
Nel pensiero Kantiano la primaria ragione che può indurre a fare ciò che è corretto fare non sta nel fatto che essa sia di nostro gradimento o che coinvolga i nostri interessi, ma che essa, di per se, sia la cosa giusta da fare e perchè è doveroso farlo.
Queste riflessioni consentirebbero di argomentare si sui valori di riferimento, ma anche di introdurre la visione filosofica sull' "Etica ".
Cìò vale di più se si pensa che le decisioni che ricadono sulle teste dei cittadini sono assunte da persone al potere e sono esse stesse a valutare e decidere ciò che è importante , per chi ed infine chi è preminente per loro in base alla loro morale.
Quanto le riforme , in un quadro di valori, sono allocate dalla politica come rielaborazione degli atteggiamenti dei cittadini che esprimono valori, o come distribuzione di ciò che i cittadini apprezzano maggiormente?
Può accadere che tale distribuzione avvenga per mantenere o anche cambiare i valori di una popolazione e che che un governo decida di "educare " i cittadini ad una politica non condivisibile ma che ritiene necessaria ai suoi fini.
La crisi della politica nel nostro tempo è essenzialmente crisi di valori, prima ancora che di efficienza e le risposte che si tentano toccano i vari aspetti del vivere civile : la laicità,l'economia ,il lavoro ed il populismo; quest'ultimo,infine, produttore dei frutti avvelenati destinati a marcire nel canestro della Storia.
Occorre constatare che, negli ultimi tempi, essa si è aggravata e sta coinvolgendo tutti i pilastri della costruzione statuale, contraddicendo i valori ed i princìpi propri della democrazia rappresentativa nata dal pragmatismo di politici, le cui finalità avevano a che fare con forti e condivisi ideali che aspiravano alla costruzione di una nuova nazione, espressione di popolazioni con uguali radici di civiltà, sentimenti religiosi e voglia di libertà.
La vita " morale ", nel pensiero Aristotelico, è quella che val la pena di perseguire per giungere al livello di eccellenza, dal punto di vista individuale ( Probi ).
Nel pensiero Kantiano la primaria ragione che può indurre a fare ciò che è corretto fare non sta nel fatto che essa sia di nostro gradimento o che coinvolga i nostri interessi, ma che essa, di per se, sia la cosa giusta da fare e perchè è doveroso farlo.
Queste riflessioni consentirebbero di argomentare si sui valori di riferimento, ma anche di introdurre la visione filosofica sull' "Etica ".
Cìò vale di più se si pensa che le decisioni che ricadono sulle teste dei cittadini sono assunte da persone al potere e sono esse stesse a valutare e decidere ciò che è importante , per chi ed infine chi è preminente per loro in base alla loro morale.
Quanto le riforme , in un quadro di valori, sono allocate dalla politica come rielaborazione degli atteggiamenti dei cittadini che esprimono valori, o come distribuzione di ciò che i cittadini apprezzano maggiormente?
Può accadere che tale distribuzione avvenga per mantenere o anche cambiare i valori di una popolazione e che che un governo decida di "educare " i cittadini ad una politica non condivisibile ma che ritiene necessaria ai suoi fini.
La crisi della politica nel nostro tempo è essenzialmente crisi di valori, prima ancora che di efficienza e le risposte che si tentano toccano i vari aspetti del vivere civile : la laicità,l'economia ,il lavoro ed il populismo; quest'ultimo,infine, produttore dei frutti avvelenati destinati a marcire nel canestro della Storia.
Occorre constatare che, negli ultimi tempi, essa si è aggravata e sta coinvolgendo tutti i pilastri della costruzione statuale, contraddicendo i valori ed i princìpi propri della democrazia rappresentativa nata dal pragmatismo di politici, le cui finalità avevano a che fare con forti e condivisi ideali che aspiravano alla costruzione di una nuova nazione, espressione di popolazioni con uguali radici di civiltà, sentimenti religiosi e voglia di libertà.
martedì 21 giugno 2011
MITI ED IDENTITA'
E' intuibile il bisogno di identità presente, in forma inconscia, in ogni grande aggregazione umana. Deve esserci corrispondenza tra una definita identità collettiva e l'abbandono della propria specificità.La rinuncia, quindi, al proprio "Io " in favore di un ben definito e forte "Noi ".Questa anima collettiva è però un contenitore delle emozioni più primitive, forti e con un forte bisogno di credere ed un bisogno di identità i quali,se saputi intercettare,sono facilmente controllabili e governabili.
Mi riferivo,in un post, agli studi sull'immaginario collettivo utilizzabili, da chi è in grado di controllare la comunicazione, per mantenere una collettività dissociata dal razionale confronto con la realtà e tenuta all'interno di una realtà onirica, fatta di visioni immaginifiche e priva di precisi contorni.
Uno degli strumenti che la odierna esperienza politica ha visto utilizzato è il "Mito ", per sua natura capace di catturare e governare le emotività delle genti ed impossibile essere, da queste, verificato razionalmente.
Secondo uno psicologo francese , questo strumento si basa esclusivamente sulla fantasia e sulle necessità, avvertite dagli agglomerati sociali ,in relazione a presupposte esigenze egoistiche o di rivalsa e ad alcune aspirazioni.
La politica contemporanea ha molto lavorato, in questo senso, per inculcare il dubbio circa la bontà di certe Istituzioni o Costruzioni Statuali, riuscendo a trasformare una crisi di transizione o genetica di una modernizzazione,sia pur necessaria , in una crisi funzionale e di ripudio.
Si concretizza così che una società, integrata con le sue varie strutture politiche ed istituzionali, arrivi ad essere disorientata ed indifferente o addirittura ripudiarle.
L'aspetto nefasto di questo processo lo si può ben rilevare analizzando l'attuale crisi di identità che riguarda le basi soggettive e non solo emotive della appartenenza alla comunità politica consolidata del nostro paese. Essa rinvia al sentimento delle singole persone , di essere parte della medesima comunità e di sentire anche , come parte della stessa,certe altre soggettività.
Mi riferivo,in un post, agli studi sull'immaginario collettivo utilizzabili, da chi è in grado di controllare la comunicazione, per mantenere una collettività dissociata dal razionale confronto con la realtà e tenuta all'interno di una realtà onirica, fatta di visioni immaginifiche e priva di precisi contorni.
Uno degli strumenti che la odierna esperienza politica ha visto utilizzato è il "Mito ", per sua natura capace di catturare e governare le emotività delle genti ed impossibile essere, da queste, verificato razionalmente.
Secondo uno psicologo francese , questo strumento si basa esclusivamente sulla fantasia e sulle necessità, avvertite dagli agglomerati sociali ,in relazione a presupposte esigenze egoistiche o di rivalsa e ad alcune aspirazioni.
La politica contemporanea ha molto lavorato, in questo senso, per inculcare il dubbio circa la bontà di certe Istituzioni o Costruzioni Statuali, riuscendo a trasformare una crisi di transizione o genetica di una modernizzazione,sia pur necessaria , in una crisi funzionale e di ripudio.
Si concretizza così che una società, integrata con le sue varie strutture politiche ed istituzionali, arrivi ad essere disorientata ed indifferente o addirittura ripudiarle.
L'aspetto nefasto di questo processo lo si può ben rilevare analizzando l'attuale crisi di identità che riguarda le basi soggettive e non solo emotive della appartenenza alla comunità politica consolidata del nostro paese. Essa rinvia al sentimento delle singole persone , di essere parte della medesima comunità e di sentire anche , come parte della stessa,certe altre soggettività.
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